domenica 28 maggio 2017

Che cosa c'entrano i i wahhabiti con l'Arabia Saudita?



I media operano sostanzialmente su due piani: quello della formazione della notizia e quello dell’identificazione ideologica del lettore-fruitore del messaggio. Ed è proprio l'ansia di stare su questi due piani che produce materiale mediocre, nei libri e nei giornali, nelle tv e in rete, ovunque. Non resta che il passato.

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Se ci chiedessero quanto è vasta l’Arabia Saudita, ce la possiamo cavare rispondendo che è molto grande. Di più oppure di meno della Germania? La risposta più furba è: più grande! Sì, ma quanto più vasta della Germania? E qui sorgerebbe un dubbio che non farebbe dormire la notte prima degli esami. Ebbene, l’Arabia Saudita è più vasta di Germania, Francia, Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Italia, Spagna e Portogallo messi insieme. Vale a dire che il suo territorio (2.149.690 km²) corrisponde  grossomodo a quasi tutta l’Europa occidentale. È il 13° Stato per superficie, la Germania solo il 63°. Conta 32mln di abitanti, che non è poco per quelle lande. Soprattutto rappresenta la più grande riserva di petrolio al mondo.

Un tempo l’attuale Arabia Saudita era costituita dal regno dell’Hegiaz, così come concordato, durante il primo conflitto mondiale, tra al-Husayn ibn Ali (sceriffo della Mecca) e l'Alto Commissario britannico per l’Egitto, Henry McMahon. Il nuovo regno fu riconosciuto a livello internazionale nel 1920, col trattato di Sèvres, e tuttavia a capo dell’Arabia Saudita da molto tempo vi è una dinastia di predatori provenienti dal Neged, i wahhabiti, che con dell’Hegiaz non c’entravano nulla.

venerdì 26 maggio 2017

Non solo l’Italia di ieri



La prima parte del post è una strizzatina d’occhio alla cosiddetta histoire historisante, o, com’è comunemente nota, all’histoire événementielle.

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È il pomeriggio del 29 aprile 1945, a Berlino infuria l’ultima sanguinosissima battaglia europea del secondo conflitto mondiale. Le truppe dell’Armata rossa, il giorno prima, hanno ingaggiato nei sobborghi della capitale uno scontro furioso perdendo 108 carri, 62 dei quali distrutti da ciò che resta dalla 33^ Waffen-Grenadier-Division Ss Charlemagne, di cui fa parte l’ultimo Sturmbataillon composto da poche centinaia di combattenti francesi e scandinavi, al comando del Brigadeführer Gustav Krukenberg. Questi soldati combattono con una determinazione quasi folle nel voler difendere una città e un regime già condannati.

Il sergente Eugene Vaulot, che aveva distrutto due carri a Neukölln, usa i panzerfaust per fermarne altri sei non lontano dalla Cancelleria. È decorato con la Croce di ferro da Krukenberg durante una cerimonia improvvisata in una stazione della metrò, quello stesso 29 aprile. Nel film La caduta, diretto da Oliver Hirschbiegel, viene riproposta, en passant e analogamente, questa scena. Vaulot, già ferito sul fronte russo e congedato, nel 1944 si era riarruolato. Non sopravvisse alla battaglia di Berlino, invece Krukenberg morirà quasi centenario e ostinatamente nazista (*).

In quelle ore, nel Führerbunker, Adolf Hitler sta dettando a una segretaria, Traudl Junge, il suo testamento privato e quello politico. In quest’ultimo vi sono le disposizioni per l'organizzazione del Reich dopo la sua morte, che sarebbe avvenuta il giorno dopo per suicidio.  

giovedì 25 maggio 2017

Colpevoli al massimo grado



Ieri sera, ospite dalla signora Gruber, c’era, tra gli altri, Mariana Mazzucato, la quale reclamizzava un suo libretto: Ripensare il capitalismo. Il suo CV è intimidatorio, lungo due pagine scritte in corpo 10, che ti viene da pensare: ma quando avrà avuto tempo di misurarsi con la realtà? La signora Mazzucato parla e scrive ben sapendo di far parte del grande inganno, di essere emissario dell’oscurantismo dominante, in cui la coscienza degli schiavi volontari diventa estranea a se stessa, in modo che accettino la loro sorte come una fatalità ineluttabile.

Mariana Mazzucato, sulla scia di molti altri, propone di fermare la pioggia con le mani, addirittura di “ripensare il capitalismo” (ohibò). In realtà vorrebbe metterci delle pezze neanche tanto “a colore”, per esempio ponendo limiti alla finanziarizzazione del capitale (capitale che dalla sfera produttiva passa a quella speculativa). L’epoca dei Roosevelt e di Keynes è finita da tempo, non si tratta più di ripensare il capitalismo, ma di agire per il suo superamento prima che ci sotterri tutti emettendo un galattico rutto.

La natura si riequilibra distruggendo le sue eccedenze attraverso antagonismi naturali, mentre il Dio dei mercati elimina la sovrapproduzione con la guerra, i massacri, la disoccupazione, la povertà e, appunto, con l’inganno. Ecco dunque che tra la legge della giungla e quella del profitto c’è la differenza tra l’innocenza e il calcolo.

Gli apostoli del capitalismo sono borghesemente arroganti e nemici dell’umanità, colpevoli al massimo grado, perché sono pagati per piantarci in testa chiodi di una speranza che è solo rassegnazione, per difendere ad oltranza i loro privilegi e un sistema che, presentendo la sua fine, vuole spacciarsi per divino ed eterno.
  
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mercoledì 24 maggio 2017

Troppe cose non tornano



Ancora qualche giorno di cronaca e poi anche questo attentato sarà archiviato come i precedenti. Chi si ricorda più degli attentati avvenuti a Londra il 7 luglio 2005? Eppure quegli attacchi causarono 56 morti, inclusi i quattro attentatori, e un centinaio di feriti gravi. Anche in quel caso le vittime erano persone giovani, prevalentemente tra i 25 e i 40anni. L’attentato fu rivendicato da al-Qaida, oggi gli attentati sono rivendicati da un’altra sigla.

Troppe cose non tornano. Questi atti in minima parte avvengono in territorio europeo, quindi non è vero che è una guerra tra noi e "loro". È un conflitto combattuto su vasta scala ma prevalentemente in Medio Oriente, con armi e mezzi moderni, in un flusso continuativo, per anni se non per decenni. Armi e logistica forniti da chi, finanziati come? Si tratta di organizzazioni e gruppi terroristici spesso considerati alleati, prima di essere poi considerati nemici.

martedì 23 maggio 2017

I cannoni di Mehmet II


Il dibattito politico, non solo in Italia ma soprattutto in questa disastrata provincia, è etereo quanto poteva esserlo quello teologico nel momento in cui i possenti cannoni di Mehmet II sgretolavano le mura di Costantinopoli: elezioni, legge elettorale, corruzione, intercettazioni, muri e migrazioni, terrorismo. Quello economico non va meglio: austerità, tassazione, spesa pubblica, deflazione, quantitative easing, banche, euro sì o no oppure nì, startup, tagli e frattaglie.

Dei cannoni di Mehmet II non frega nulla a nessuno. Eppure sono lì, se ne vedono gli effetti che essi provocano sui bastioni sempre più sguarniti delle nostre roccaforti metropolitane, ma tant’è.

Nessuno che si prenda la briga, non dico di analizzare (compito impossibile in una società largamente spettacolarizzata), ma almeno di citare l’esistenza dei cannoni di Mehmet II, vale a dire la legge dell’aumento della composizione organica del capitale, la quale va analizzata non solo dal lato del valore, solo come aumento del capitale costante relativamente al capitale variabile, ma anche dal lato della materia, come grandezza fisica dei mezzi di produzione. Non è il caso che ripeta i dettagli della sporca faccenda, godiamoci le chiacchiere sulle sorti m&p della tecnologia.


Uno degli effetti che vengono a mostrarsi è un sempre più minaccioso pauperismo di massa al quale si pensa di far fronte con sussidi alla povertà. Non si vuol comprendere, o si finge, che non si tratta semplicemente di mettere in campo delle risorse sempre crescenti anno per anno, ma di far fronte a un fenomeno che andrà prendendo dimensioni sempre maggiori, incontrollabili, laddove una quota sempre minore di forza-lavoro troverà impiego, a fronte di una quota di plusvalore che cresce sempre meno del capitale anticipato e dunque a fronte di una fuga sempre più massiva di capitali dalla produzione, i quali cercano di trovare riparo e ristoro in quel gigantesco groviglio di speculazione finanziaria che prelude ad immani disastri.

domenica 21 maggio 2017

Reddito di povertà



Fotografa Eugenio Scalfari:

Macron ha nominato il primo ministro del suo governo nella persona di Philippe che proviene dalla destra francese. La scelta degli altri ministri, avvenuta d'accordo con Philippe, ha seguito alcune linee molto chiare. I problemi dell'economia sono stati affidati a ministri esperti di quelle materie o addirittura operativi in privato e quindi provenienti da fondi di investimento, banche, imprese industriali e capacità finanziarie.

In Inghilterra governano i conservatori, in Germania alle prossime elezioni si profila una vittoria schiacciante della Merkel, che così continuerà a governare con al guinzaglio ciò che resta della sedicente socialdemocrazia, e forse anche senza il cagnolino sotto il tavolo. Idem con kartoffeln in Austria e in Olanda, non parliamo di Ungheria e Polonia.

Un po’ diversa appare la situazione in Italia poiché si vive ancora, da decenni, nell’equivoco che il partito che attualmente ha capo l’ineffabile Renzi sia ancora in qualche modo un partito di centro-sinistra. All’altro capo dello schieramento, pronto ad ogni compromesso, c’è un satiro ottuagenario che ha come primo obiettivo i suoi interessi personali. C’è poi il partito di Grillo, ma non ha alcuna chance – stante l’attuale legge elettorale, ma anche con una diversa – di poter governare da solo come invece dichiara di voler fare. È un partito inutile, buono solo a convogliare il malcontento e tener sotto controllo la protesta.

Questa spaccatura sociale riflette una situazione che vede da una parte chi campa bene o senza eccessivi problemi, e dall’altra chi invece deve fare le capriole ogni giorno per mettere assieme pranzo e cena. Fin che durano pensioni e stipendi pubblici la situazione è questa, da noi e ovunque.

Pertanto, pur con differenze, nei paesi europei c’è una divisione sociale netta tra chi vuole mantenere lo status quo e salvaguardare ciò che ha, e chi, in minoranza, vorrebbe un’altra politica, fatta di maggior giustizia sociale, magari con la ghigliottina nelle piazze ma anche con il reddito di povertà.

La più fantastica truffa è rappresentata proprio dalla ricetta del reddito di povertà. Una larga classe sociale che non ha lavoro e prospettive sarà mantenuta, secondo le promesse, dalla carità di Stato e dunque sarà sempre pronta a qualunque avventura, sostenitrice col coltello tra i denti di chi gli garantisca una mancia di sopravvivenza. Di lavoro non si parla se non per chiacchiera. Lavorare tutti e lavorare molto meno dovrebbe invece essere la parola d’ordine di chi rifiuta l’elemosina e di diventare cliente di qualcuno. E però il sistema non può ridurre la giornata e la settimana lavorativa, poiché si trova imbrigliato in una contraddizione che agisce con la forza di una legge di natura.

sabato 20 maggio 2017

Un solo giorno di quelli



Friedrich Wilhelm Heinrich Alexander von Humboldt non si sposò. In una lettera al suo amico di una vita, Johann Karl Freiesleben (1774-1846), scrisse che un uomo sposato è “un uomo perso”. I due amici, dopo la laurea, si erano uniti per un viaggio in Savoia e in Svizzera. Si può ben capire che un viaggiatore come Humboldt, lontano da casa per anni e anni, disdegnasse il matrimonio.

Quando si trovò a Quito, in Ecuador, preoccupato a scalare sistematicamente tutti i vulcani raggiungibili, la vorticosa attività di Humboldt destò costernazione nei salotti della buona società. Come scrive la sua biografa, Andrea Wulf, il suo bell’aspetto aveva attirato l’attenzione di diverse giovani donne in età da marito, ma lui a una cena o ad altri eventi sociali “non si fermava mai più di quanto era strettamente necessario”. Così ebbe a dire l’allora diciottenne creola Rosa de Montúfar (1783-1860), la figlia del governatore provinciale, il marchese di Selva Alegre, nota per la sua bellezza (*).

martedì 16 maggio 2017

Digressione: dall'archibugio al drone



Ieri sera, su Rai Storia (canale 54), durante una puntata de Il tempo e la storia, condotto da Michela Ponzani, in un filmato di repertorio è stato citato il nome di Olympe de Gouges, e finalmente ho sentito pronunciare Olympe correttamente. La puntata era dedicata a Madame de Staël, il cui nome capeggiava gigantesco sullo sfondo dello studio. Non era scritto correttamente. Del resto in un paese dove vale tutto e il suo contrario, perché darsi pena per accenti ed apostrofi, figuriamoci poi per la dieresi e la pronuncia.

Nella puntata dello stesso programma del 12 scorso, dedicata alle guerre di Napoleone, il simpatico professor Alessandro Barbero ha sostenuto che i moschetti in uso durante le battaglie napoleoniche “erano così imprecisi che si è arrivati a calcolare che solo un colpo su 250 arrivava a colpire il nemico a 100 metri”.

C’è da chiedersi per quale motivo gli eserciti in epoca napoleonica, se fosse buono e sufficiente quanto sostenuto dal professore, non utilizzassero, invece dei moschetti, la tattica delle raffiche di frecce lanciate con l’arco lungo come sotto Edoardo III (1327-1377). Barbero il motivo non c’è lo rivela ma sappiamo tuttavia che nel XVI secolo, dunque ben prima di Bonaparte e pur nel contesto di fiducia nelle tradizionali armi da lancio, divennero ovvie le attrattive per le armi da fuoco.  

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"Non è lecito dedurne ..."



È di grande interesse l’editoriale odierno del professor Ernesto Galli sul Corriere della sera. Ci illustra con dovizia come e dove il candidato all’Eliso Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron ha trovato milioni di euro per la sua campagna elettorale. Il movimento del presidente, è arrivato a mettere insieme e a spendere in un anno la non disprezzabile cifra di circa 15 milioni di euro. Scrive il professore citando come fonte un’inchiesta di Libération:

… oltre che a Bruxelles Macron può contare su banchieri che gli organizzano pranzi e cene in Inghilterra (ben sei visite) e a New York, dove dell’organizzazione dei suoi contatti s’incarica da par suo Christian Déseglise, uno dei direttori internazionali della Hsbc, che in termini di asset è la seconda azienda bancaria del pianeta.

Galli ci dice insomma come funziona una democrazia in una società di classe:

Non è lecito dedurne sic et simpliciter che allora la politica sarà al servizio dei «ricchi». Ma certo è arduo pensare che stando così le cose essa possa mai prendere decisioni che gli dispiacciano. O che possano arrivare al governo persone che non abbiano il loro consenso di massima.

Ernesto Galli è un maestro della litote.

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Le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche tra il babbo e il figliolo, pubblicate oggi dal Fatto quotidiano, ci illustrano del pari come funziona una democrazia in una società di classe, e però non come in Francia, bensì come a Firenze in epoca medicea. La casata dei Medici gestiva, allora, il potere a Firenze in modo tale che oggi non sarebbe azzardato definirlo “mafioso”.

La figura di Lorenzo Medici, ad esempio, gode di una buona dose di mito così come tutta la sua casata. Suo nonno, Cosimo, che consolidò il potere della famiglia, acclamato dopo la morte come “padre della patria”, in realtà – per dirla con Volker Reinardth – fu piuttosto un padrino, nel significato odierno del termine. E Lorenzo non gli fu da meno come padrino (*), oltre all’accusa comprovata di condurre il Banco Medici ad un inesorabile declino e di fare un uso quantomeno disinvolto del denaro pubblico (sempre di banche si tratta in questo disgraziato paese).

(*) Volker Reinhardt, I Medici, potere e affari nella Firenze del Rinascimento, Carocci; Patrizia Salvadori, Rapporti personali, rapporti di potere nella corrispondenza di Lorenzo dei Medici, in Lorenzo il Magnifico e il suo tempo (a cura di G.C. Garfagnini), Olschki.

Raymond de Roover, nel suo Il Banco Medici, dalle origini al declino (1397-1494), scrive: “I risultati della presente indagine smentiscono la tesi di Max Weber, secondo cui lo spirito capitalistico è un prodotto della riforma calvinistica. I Medici sono anteriori di molti decenni alla Riforma, ma negare che erano capitalisti volti al conseguimento della ricchezza sarebbe far loro un’ingiustizia tutt’altro che lieve”.

lunedì 15 maggio 2017

Hai voglia a pulire di ramazza



Il caso, solo una lontana parentela, mi portò a casa della mamma di Giovanni Ventura, a Resana, vicino Castelfranco Veneto. Prima dei fattacci del 1969. Ricordo vagamente una breve scalinata cui si accederva a una vecchia casa di un modesto pregio, sulla statale Castellana, un giardino con forse del ghiaino. Niente di più. Franco Freda invece non l’ho mai conosciuto di persona, ma ho avuto per le mani alcune pubblicazioni della sua “casa editrice”. Anche qui fu il caso a metterci lo zampino, così come, per dire, fu il caso che nello stesso torno di tempo mi mise in contatto, per contro, con i Grudrisse di Marx. Giunsero a fagiolo poiché alla fine il sommario, così si chiamava, di Storia della filosofia del Dal Pra Mario mi aveva messo in crisi. Ognuno ha avuto le sue doglie adolescenziali e magari un prof di filosofia che indulgeva troppo su Heidegger. Non mi chiesi mai, dopo, se quei due o tre testi pubblicati da Freda avrebbero potuto condurmi su un percorso diametralmente opposto a quello che fu effettivamente, per il semplice motivo che mi parvero subito paccottiglia, e infatti lasciai perdere.

Ogni tanto il nome di Freda si prende qualche riga della cronaca, come in questo caso che ha ad oggetto un fatto accaduto presso l’università di Pavia (gran bella città). Quello che a me face ridere fu invece una dichiarazione di Gianni Alemanno (allora sindaco di Roma e genero di Pino Rauti, già segretario del MSI, col quale Freda ebbe una lunga e attiva frequentazione in passato) che fu costretto ad annullare una presentazione in Campidoglio di un libro della Ar di Freda, dicendo che gli uffici comunali avevano autorizzato “ignorando la matrice ideologica di questa casa editrice, contraria ai principi sanciti dalla Costituzione”.

Ci sarebbe da riflettere parecchio sul fatto che figure di primo piano del neofascismo italiano siano diventate ministri della Repubblica, presidenti della Camera dei deputati, e che un tipino come Alemanno, già segretario del Fronte della Gioventù, diventasse sindaco della capitale. Son cose che a Berlusconi non si possono perdonare, altro che bunga-bunga. Hai voglia a pulire di ramazza.

Venghino!



Questa mattina è stato emesso dal Tesoro il cosiddetto btp-Italia sessennale, acquistabile alla pari con una cedola dello 0,45, senza commissione all’acquisto. È pure collegato all’inflazione, ma ciao mamma. Ne hanno parlato diffusamente tutti i giornali e si prevede che sarà acquistato alla grande, da un lato sotto l’effetto simpatia e dall’altro per diffidenza verso i fasti dell’azionariato (non parliamo poi di quello “fai da te”).

Lo 0,45 per cento d’interesse in un paese il cui rating ufficiale è quasi spazzatura, e quello reale classificabile a “compostaggio”, la dice lunga sullo stato dell’arte. Si pensi poi che le obbligazioni statali ad un anno e quelle a sei mesi segnano addirittura un interesse ampiamente negativo, cui aggiungere imposte e commissioni bancarie.

Quando mai l’Italia potrà rimborsare anche solo una parte del suo debito pubblico di quasi 4.000.000.000.000.000 di lire? E le banche, detentrici di una buona fetta di quel debito sotto forma di obbligazioni, hanno almeno 380.000.000.000.000 di lire di crediti esigibili come quelli di Banca Etruria. Indico le cifre in lire poiché l’euro, buono come moneta di pagamento, come moneta di conto ci ha portato abbondantemente con la testa e il portafoglio fuori dalla realtà.

Siamo a bordo di una nave di folli in procinto d’inabissarsi, mantenuta a galla da una ciurma volenterosa che svuota l’acqua con un passino da tè, mentre la sua classe dirigente (??) lavora alacremente d’ascia contro il fasciame aprendo falle che poi dice di voler tamponare con uso di segatura e sputo.



domenica 14 maggio 2017

Suggerimenti di lettura



Fu descritto dai suoi contemporanei come l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone. Non si trattò né di Metternich e tantomeno di Wellington, né di Beethoven né di Canova, per quanto meritassero tale riconoscimento. Nacque patrizio prussiano, fu acceso critico del colonialismo e sostenitore delle rivoluzioni in America Latina, e tuttavia ciambellano di due sovrani. Simón Bolívar gli attribuì “la scoperta del Nuovo Mondo”. Ammirava gli Stati Uniti, che allora erano anche territorialmente poca cosa, per le loro idee di eguaglianza e libertà, ma non smise mai di criticarli per non essere riusciti ad abolire la schiavitù (né ci riusciranno in seguito). Definì gli Usa un “vortice cartesiano che risucchia e livella tutto fino a noiosissima monotonia”.

Fu sicuramente il più noto scienziato della sua epoca, l’epoca nella quale la vetta del vulcano spento Chimborazo era considerata la più alta del pianeta. Aveva inventato il concetto di natura che noi oggi conosciamo, così come dimostra una sua frase: “non c’è un sol fatto che possa essere considerato isolatamente”. E fu forse il primo a parlare di “cambiamento climatico” nel senso quale noi oggi l’intendiamo. E di deforestazione. Thomas Jefferson lo considerava tra i principali artefici della “bellezza” della sua epoca. Il pacatissimo Charles Darwin scrisse che “niente mi ha mai infervorato tanto come la lettura di Personal Narrative”, affermando che senza di lui non si sarebbe mai imbarcato sul Beagle, né avrebbe concepito Origin of Species. 


sabato 13 maggio 2017

O sotto l’ombrellone o a Regina Coeli



Tutto sommato gli è andata bene, sei mesi di carcere per ognuna delle vittime del più idiota dei naufragi. In altri tempi l’avrebbero appeso al bompresso, oppure sarebbe stato obbligato ad inabissarsi con la nave.

Che il comandante segua le sorti della nave in caso di naufragio è uso abbastanza recente e ha, in origine, motivazioni economiche. A fronte del ripetersi di naufragi sospetti, cioè dolosi, specie di vecchie bagnarole, le assicurazioni di Londra imposero nei loro contratti una clausola secondo la quale il comandante, in caso di naufragio, doveva colare a picco con la nave se si voleva che l’assicurazione rifondesse all’armatore il danno. Trovato l’inganno, fatta la legge. Non ci volle molto perché i naufragi dolosi scomparissero e il sacrificio dei comandanti diventasse un punto d’onore.

Non andò così per una fregata francese, la Méduse, incagliatasi nel 1816 al largo delle coste della Mauritania, a causa dell’incompetenza del suo comandante, Hugues Duroy de Chaumareys. Il capitano e il suo equipaggio presero posto su sei scialuppe, altri su una zattera che fu legata con una cima a una delle barche. Su wikipedia si legge che “Il capitano e gli altri passeggeri sulle barche decisero inizialmente di trascinare la zattera, ma dopo pochi chilometri l'imbarcazione affondò parzialmente a causa del peso degli uomini, la cima si ruppe e fu abbandonata al proprio destino”. Non è vero che la cima si ruppe, bensì fu tagliata nel corso di un temporale. Vero è che in seguito i sopravvissuti si diedero al cannibalismo. L’episodio è molto noto perché fu immortalato in una grande tela (Le Radeau de la Méduse) dipinto dal povero e sfortunato Théodore Géricault.

venerdì 12 maggio 2017

Alla solita vecchia maniera


Si può credere che l’Apple o la Samsung, la Coca Cola o la Bayer, vendano i loro prodotti semplicemente al loro valore? Sono domande semplici, se si vuole anche banali, e che però possono servire, tra l'altro, per una riflessione su questo nostro disastrato paese, sul perché l’Italia debba necessariamente puntare ancora e sempre sulla riduzione del costo del lavoro e fatichi tanto per essere accarezzata dalla cosiddetta “crescita”. Ciò non esclude, ovviamente, che su tale tema si possano svolgere molte altre possibili considerazioni.

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Interpretare la crisi come “crisi di sottoconsumo” (di dritto o di rovescio di questo in definitiva si tratta), ed individuare così la contraddizione principale non nella produzione, ma nella sfera della circolazione, è un errore gravissimo, poiché si ritiene eliminabile la crisi intervenendo sul movimento del denaro, e pertanto sarebbe sufficiente aumentare la massa monetaria in circolazione e il problema sostanzialmente sarebbe risolto lasciando inalterato il modo di produzione capitalistico.

La realtà non si mostra troppo d'accordo con questa illusione che sta dietro alle varie teorie “anticicliche”, anche se non a tutti piace il richiamo esplicito al keynesismo. Si cade così nella palude riformista. I riformisti, di ogni colore, pensano che questa contraddizione sia risolvibile, di volta in volta o addirittura definitivamente, all’interno del capitalismo stesso. Credono che il capitalismo bene o male sia per sempre, o che (vedi alla voce “sinistrati” & c.) scomparirà naturalmente, in modo graduale e indolore.

In entrambi i casi subentra un rigido determinismo fatalista, irregimentato ed eterodiretto con arte verso derive reazionarie, del quale la borghesia si serve, dividendo e contrapponendo, come un babau in chiave elettorale.

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giovedì 11 maggio 2017

Lo struzzo cornuto



C’è un perché se i quartieri delle nostre città sono così brutti e dopo pochi anni cadono a pezzi. Riguarda principalmente il basso reddito dei 52.561 geometri italiani che nel 2015 hanno dichiarato redditi per 21.300 euro lordi, e gli studi di architettura 21.200 euro, sempre lordi. Al netto sono sui 1.500 euro il mese. I muratori guadagnano di più, sicuramente.

I 9.574 veterinari hanno dichiarato nel 2015 redditi medi pari a 19.300 euro, pur con un aumento di 1.780 euro, cioè del 10% per cento, rispetto al 2014. In un paese dove si sono sostituiti i figli con cani e gatti sono davvero redditi ridicoli.

Stupiscono – proprio così dicono al Sole 24ore – i redditi medi dei 36.671 studi odontoiatrici, solo 50.400 euro lordi per il 2015.

Eccetera.

Ma c’è anche chi, dalle pagine del Corriere, obietta:

«Da qualunque parte lo si osservi, questo genere di studi contribuisce non poco ad alimentare quel clima di rancore indistinto e rabbia repressa che avvelena il discorso pubblico, al bar come sul web. Perciò, signori delle tasse, avrei un favore da chiedervi: evitate di dirmi quanto guadagnano e quanto versano, o non versano, le varie tribù di italiani. […] Con una certa dose di umorismo vi siete definiti «Fisco amico». Allora ricordatevi di quel film in cui, a chi gli raccontava di avere visto la sua ex con un altro, Massimo Troisi replicava: «Ma se sei mio amico, me lo dovevi proprio dire?».

mercoledì 10 maggio 2017

"I francesi hanno scelto il cambiamento"



Sarebbe esercizio interessante e anche proficuo quello di andare a vedere che cosa raccontavano i media al tempo in cui François Gérard Georges Nicolas Hollande venne eletto al suo unico mandato da presidente.

“La Francia volta pagina. Il nuovo presidente è il socialista François Hollande”, scrivevano Repubblica, il Corriere e tutti gli altri. E che cosa promise l’interessato?

“Sarò il presidente di tutti. Questa sera non ci sono due France, c'è una sola nazione. Ognuno sarà trattato nello stesso modo, stessi diritti e stessi doveri. Nessun figlio della repubblica sarà lasciato indietro o discriminato”.

Oh bella, ci mancherebbe che il presidente dicesse il contrario a proposito di diritti e doveri. Sperare che dicesse che chi ha molto di più deve avere anche qualche maggiore responsabilità, non è cosa da presidente "socialista".

E che cosa scriveva su twitter la nuova première dame, cioè Valerie Trierweiler?

“Sono semplicemente fiera di accompagnare il nuovo presidente della Repubblica e sempre felice di condividere la vita di François”.

Cose che si dicono tra fidanzati.

Anche rue Solferino non è più la stessa, la via dove ha sede il partito socialista non è più invasa dai sostenitori festanti, ma dai topi che lasciano la barca che affonda. Come cambiano le cose in cent’anni.

Più sul concreto qual era l’impegno di Hollande?

“La mia missione è restaurare la crescita, l'austerità non può essere ineluttabile”.

Questo è parlar chiaro! Che cosa afferma il nuovo monarca repubblicano Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron?

“L’austerità non è un progetto”. Questo ha detto il nuovo presidente, dimostrando che conosce i classici della poesia politica.

“L'austerità non può essere l'unica opzione, bisogna puntare alla crescita. Ed è quello che faremo insieme ai nostri partner europei a cominciare dalla Germania”.

Queste ultime parole però non le ha pronunciate Emmanuel Jean-Michel Frédéric. Vi lascio immaginare chi può averle dette il 6 maggio 2012. Quel giorno doveva essere “un nuovo inizio per la Francia e per l'Europa, i francesi hanno scelto il cambiamento e dovremmo essere all'altezza”. Cose che si dicono, perline per il popolo sovrano che ha votato, per i babbei della gauche, della droite e del centre che ci credono ancora.

martedì 9 maggio 2017

Elezioni francesi e fantasmagoriche cavolate



Chi avrebbe potuto immaginare, 30 o 40 anni or sono, che la povertà di massa sarebbe ridiventata un tema sociale e politico di primo piano? Chi poteva pensare, sempre qualche decennio or sono, che la questione del lavoro, quale la disoccupazione stagnate e il precariato diffuso, il sistematico smantellamento delle tutele, i licenziamenti a capriccio del padrone, ridiventassero problemi brucianti? Chi avrebbe potuto credere che sarebbe tornata d’attualità l’emigrazione di centinaia di migliaia di giovani? Sarebbero parse incredibili, allora, vicende come quella dei cosiddetti “esodati”, lo scontro generazionale, artificiosamente alimentato, sul tema delle pensioni, eccetera. Che le banche fallissero in serie lasciando centinaia di migliaia di risparmiatori con un pugno di mosche in mano, e che insomma il potere economico-finanziario dettasse l’agenda politica nazionale, europea e mondiale. Questo scenario, qui riassunto molto parzialmente, non rientrava tra le ipotesi più probabili se si tornasse indietro anche solo di una generazione. Quali sono dunque i motivi essenziali, le cause principali, che hanno condotto a tutto ciò? Non solo politiche, di certo. E la prima risposta che viene in mente riguarda un termine ormai comune: globalizzazione.

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lunedì 8 maggio 2017

[...]



Non c'è bisogno di traduzione.

Ci pensano i cinesi



Questo post è destinato in particolare agli amanti del genere. Se dopo i primi capoversi vi stimola lo sbadiglio vuol dire che non siete tra quelli. Tranquilli però, il web è zeppo di altri trastulli.

* * *

Con un richiamo in prima pagina il quotidiano di Confindustria pubblicava ieri a pagina 29 un lungo articolo del professor Carlo Ossola dal titolo scoppiettante: “Marx e il padre Dante nella Roma del Nord”. L’articolo, è bene che lo dica subito, delude le attese più esigenti.

La Roma del Nord, cui allude anche il titolo, è Treviri, già capitale della Gallia belgica e poi della Tetrarchia, città della Renania-Palatinato che diede i natali, tra gli altri, ad Ambrogio e a Marx:

«Arieggia un profumo tutto italiano: anche il severo Karl Marx si concede spesso, nelle Lettere, formule che vengono dalla memoria mozartiana: il più volte ripetuto, in italiano, «tutti quanti» è distico del Don Giovanni, ch’egli volgerà al serioso: «È aperto a tutti quanti / Viva la libertà» (atto I, scena 22).

Ossola parla delle lettere che Marx scrisse a Jenny von Westphalen, “la colta e coraggiosa moglie”, e poi aggiunge:

«Da un caffè dell’Hauptmarkt, piazza frastagliata e gioiosa di tetti e colori, ripenso al Marx di Treviri, a quanto di italiano ci sia anche nel Capitale, alla splendida citazione di Dante che chiude, nella nostra lingua, la Prefazione alla I edizione: “Segui il tuo corso e lascia dir le genti”, all’altra Prefazione di Engels che apre il III libro del Capitale: “L’Italia è il paese della classicità. Dalla grande epoca in cui apparve sul suo orizzonte l’alba della civiltà moderna, essa ha prodotto grandiosi caratteri, di classica ineguagliata perfezione, da Dante a Garibaldi”».

domenica 7 maggio 2017

All'imbrunire, ovvero tra il giorno e la notte


Potremmo sempre chiedere al malintenzionato che si sia introdotto in casa nostra di pomeriggio quale significato dare al termine “ovvero”: in senso disgiuntivo (col valore di o, oppure) o invece in senso esplicativo (col valore di cioè, vale a dire)? Poniamo che parli la nostra lingua e abbia letto Beckett. In senso esplicativo sostiene con fermezza il ladro. In senso disgiuntivo opponiamo noi che abbiamo recepito la precisazione di David Ermini: «Ovvero è una disgiuntiva per cui o in tempo di notte o (sempre) quando c'è intrusione con violenza su cose o persone o minaccia o inganno». E però, osserva il ladro – che nel frattempo si sarà accomodato in salotto accendendosi una sigaretta –, la spiegazione offerta dall’Accademia della Crusca, a proposito del significato di ovvero, si chiude così: «Non è impensabile che, in certi casi difficili, quest’ambiguità possa anche dar luogo a lunghe cavillazioni giuridiche». A tal riguardo, discetta l’ospite – disegnando nuvolette di fumo e lasciando cadere distrattamente la cenere sul tappeto persiano –, non mancano precedenti giurisprudenziali come quello a proposito di un passaggio del cosiddetto Decreto Ronchi del 1997. In tal caso la Cassazione si trovò a dover decidere tra le «due letture del termine ovvero ritenuto da una parte della dottrina quale disgiuntivo e da altro indirizzo come esplicativo». La sentenza 4957 del 21 gennaio 2000 stabilì — contro le intenzioni di chi aveva redatto il testo — che quell’ovvero era «da intendersi in senso esplicativo». Carta canta e villan dorme. A quel punto della discussione non ci resta che pattuire con l’intruso il prezzo da pagare per il suo disturbo, anche perché s’è fatto tardi e rischiamo di trovar chiuso il supermercato per la spesa. È sul quantum che la disputa si fa accesa poiché nel frattempo stanno scendendo inesorabili le prime ombre della sera e il ladro sostiene, non senza motivo dal suo punto di vista, che la tariffa notturna scatta già all’imbrunire, ovvero sul far della sera. Eh no, replichiamo piccatissimi, la sera è intesa convenzionalmente dopo il tramonto, ovvero fra la cena e la mezzanotte …

sabato 6 maggio 2017

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Non solo Mediterraneo



Non ci sono solo i migranti del Mediterraneo cui s’appunta ogni giorno l’attenzione dei media. Ci sono anche quelli, per esempio, che dal Messico tentano di entrare negli Stati Uniti. Se n’è parlato in occasione del famoso “muro di Tijuana”, la cui costruzione fu iniziata da George Herbert Bush, proseguita alacremente da Clinton(*). Secondo il Customsand Border Patrol, sono 6.023 le persone senza documenti che sono morte negli ultimi tre lustri attraversando dal Messico agli Stati Uniti e i cui cadaveri sono stati recuperati. Agghiacciante quanto è successo nella Brooks County, Texas, dove sono stati scoperti 550 corpi dal gennaio 2009. La maggior parte sono morti per disidratazione, colpi di calore o ipotermia. Si tratta di regioni dove la temperatura può avvicinarsi ai 50 gradi. Il numero dei corpi rinvenuti nei primi mesi del 2017 è pari a quello di tutto il 2010.  Qui e qui articoli del NYT.

Lì di ONG manco l'ombra.

(*) Il 17 maggio 2006, il Senato degli Usa ha approvato a maggioranza (83 voti a favore e 16 contrari) l'emendamento che prevede la costruzione di un muro di 595 km di estensione, più 800 km di barriere per impedire il passaggio di automobili. Il 29 settembre 2006, il Senato ha confermato l'autorizzazione con una votazione di 80 a favore e 19 contrari. Tra i democratici che in quell'occasione votarono a favore vi furono anche la futura candidata alla presidenza Hillary Clinton e l'allora senatore dell'Illinois Barack Obama, premio Nobel per la pace nel 2009.

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venerdì 5 maggio 2017

La penultima illusione



Le cosiddette primarie si sono svolte e concluse senza un sussulto, un attimo di calore. In alcuni (?) seggi del Sud pare le cose non siano state chiare, ma neanche al Nord per quello che ho visto di persona. Troppe persone di colore entravano e votavano in quei seggi, gente che non voterà alle elezioni politiche. Facile prevedere (ma non per questo motivo) che alle prossime elezioni il partito di Renzi prenderà una sberla storica, salvo non succeda nulla di strano in questo fantasioso paese. C’è solo da scommettere se riuscirà ad arrivare al 25 per cento. Non un voto di più. Nello sfacelo in cui versa la classe politica, il movimento di Grillo resta l’ultima carta da giocare, la penultima illusione. Né di destra né di sinistra, sono di centro, suggerisce il Bersani. Come se ciò importasse qualcosa.


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Passa il tempo e si conferma che nessuno ha idea di ciò che sta realmente accadendo. Si potrebbe dire che il vecchio Marx sta dirigendo tutto dalla tomba. La sua analisi è stata trascritta con una chiarezza abbagliante nell’usuale quotidiano. Poco m’importa di sentirmi come Giovanni Drogo alla Ridotta Nuova.

giovedì 4 maggio 2017

Una frode politica

È tutto uno stracciarsi le vesti perché Mélenchon non ha dato indicazioni di voto, di scegliere cioè di votare per il rappresentante del capitale finanziario, l'alleato di Berlino e del Partito democratico americano invece che per la leader della destra neofascista. È il solito ricatto, la camicia di forza entro la quale costringere milioni di schiavi di questo sistema a scegliere i propri sfruttatori e carcerieri, sempre la stessa minestra borghese.

E però Mélenchon venerdì scorso ha dichiarato che andrà a votare. Ciò rappresenta già una dichiarazione di voto, tanto più quando inviata a non “commettere il terribile errore di dare il voto per il Fronte Nazionale”. Il fatto stesso che Mélenchon si sia candidato alle presidenziali, conferma la natura del partito e degli interessi che egli rappresenta. Il fatto stesso che egli si proponga come primo ministro sotto Macron, dicendo di essere “pronto a governare questo paese se conquistiamo la maggioranza” alle elezioni legislative di giugno, la dice lunga su queste elezioni: sono una frode politica.

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Dopo che la “sinistra” ci ha salvato dal peccato originale della lotta di classe, la “nuova” destra anti-ideologica ci lusinga attraverso il voto promettendo un cambiamento radicale e un miglioramento sostanziale della condizione dei poveri e dei senza lavoro con un sussidio mensile. Sortilegio della crisi generale del sistema borghese è la revoca di ciò che ogni costituzione fin qui aveva promesso: un lavoro in cambio di un salario.

Mentre l’economia si arricchisce col denaro morto, questi nuovi movimenti politici servono al sistema per confermare in ogni buon elettore che se anche la sua condizione di schiavo non può cambiare e migliorare entro il quadro degli attuali rapporti schiavistici, gli sarà comunque garantito, sotto il guanto della solidarietà sociale dal quale spunta l’artiglio del potere, lo stretto necessario per la sopravvivenza in cambio di obbedienza.

Senza una critica pratica e radicale della formazione sociale capitalistica e delle condizioni di sfruttamento sulle quali essa poggia, ossia senza un programma per il superamento dei rapporti di produzione capitalistici, ogni discorso sul cambiamento è fumo negli occhi. Tutti gli sforzi della vecchia società moribonda sono volti a inculcarci la menzogna dalla quale tutte le altre provengono: che la fine del capitalismo sia la fine del mondo e non invece la fine del suo dominio totalitario sul mondo.

  
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martedì 2 maggio 2017

La più citata e meno studiata



Com’è universalmente noto, il termine ghetto si riferiva, in origine, a quell’area che a Venezia agli inizi del XVI secolo fu destinata all’insediamento della comunità ebraica locale. Sennonché si presentò ben presto il problema del sovraffollamento, non potendo il ghetto espandersi oltre i confini assegnati. I “giudii” veneziani, di origine levantina e sefardita, furono costretti dalla forza delle cose a costruire nuovi vani innalzando gli edifici esistenti, per cui tali caseggiati sono ancor oggi tra i più elevati della città lagunare.

A Napoli, nel XVII secolo, per far fronte al problema demografico i legislatori locali agirono con l’astuzia costumata da quelle parti. Per impedire l’aumento della popolazione urbana pensarono di vietare che fossero introdotti in città materiali per l’edilizia. Ai napoletani non restò che sovraffollare l’esistente e scavare il sottosuolo per cavarne materiale col quale innalzare e ampliare gli edifici già in essere.

Questi due succinti e analoghi fatterelli dimostrano ancora una volta, e ve n'è bisogno, che i decreti degli uomini, promulgati per far fronte a determinati fenomeni sociali, sono destinati inesorabilmente a fallire il proprio obiettivo se essi non s’accordano con le fasi naturali dello svolgimento sociale. E però per dominare sulla natura così come sui fenomeni sociali è necessario conoscere le leggi di movimento della natura e della società per adoprarle nel modo più opportuno.

Oggi, specie alle nostre latitudini, possiamo apprezzare de visu come la questione demografica sia legata essenzialmente e strettamente, anche se non esclusivamente, alla domanda di lavoro e alla sua offerta, e dunque alle condizioni generali entro le quali viene a riprodursi il proletariato. A formulare scientificamente la legge della popolazione peculiare del modo di produzione capitalistico fu Karl Marx, nel capitolo 23° della sua opera più citata e meno studiata.

lunedì 1 maggio 2017

Poiché di questo si tratta



Con le accelerazioni tecnologiche in corso non v’è certezza di nulla nemmeno in capo ad un lustro, e dal punto di vista dell’impatto sociale questo fatto, nella più favorevole delle ipotesi, viene sottostimato. Il che, però, non è casuale poiché nessun discorso serio sulle conseguenze di tali trasformazioni deve intaccare il corso delle cose, laddove le “cose” sono i grandi interessi costituiti.

I giovani in età di studi, salvo eccezioni, non possono dire se avranno un lavoro e quale. Nessun lavoratore del settore privato può dirsi sicuro che domani avrà un lavoro. Nessun lavoratore anziano può dirsi certo di quando andrà in pensione, salvo non sia prossimo (anzi, nemmeno in tal caso). Nessun giovane lavoratore può oggi dire se e quando andrà in pensione, ed ad ogni modo il suo assegno previdenziale sarà nella stragrande maggioranza dei casi “da fame” (*).

domenica 30 aprile 2017

Destabilizzare per stabilizzare



La strage di Piazza Fontana avviene nella temperie del cosiddetto “autunno caldo”. Il 1969 è l’anno più ricordato e meno conosciuto della storia dell’Italia repubblicana. La svolta autoritaria a destra percorre tutto l’anno 1969, dall’inizio alla fine, ma viene da più lontano.

Non è casuale che la prima strage di Stato in epoca repubblicana sia avvenuta il primo maggio 1947, undici giorni dopo che le sinistre avevano vinto le elezioni regionali siciliane. Già prima della fine del secondo conflitto mondiale ha inizio la guerra civile italiana che, in un contesto planetario, opponeva comunismo ed anticomunismo, ma anche riformismo e conservazione.

È già in quella fase che ha inizio quella che poi sarà chiamata “strategia della tensione”, le cui finalità furono di “destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico”. Vale la pena ricordare la repressione delle lotte bracciantili, i reparti confino alla Fiat e la schedatura sistematica degli operai. Nell’ottobre 1963, a Roma, squadre di provocatori inserite fra gli operai edili in sciopero innescarono violentissimi incidenti con le forze di polizia con un bilancio di 168 feriti.

Altro esempio di destabilizzazione programmata dell’ordine pubblico e predisposta con cura, è fornito dalla cosiddetta “battaglia di Valle Giulia” a Roma, il 1° marzo 1968, che vide scendere in campo, in prima persona, i fascisti di Avanguardia nazionale che insieme ad altri militanti dell’estrema destra riuscirono a fomentare lo scontro tra alcune migliaia di studenti e le forze di polizia, con un bilancio di 211 feriti e 228 fermi.

Il caso "Diaz" non è nuovo per chi vuole avere memoria.

Né va dimenticata l’affissione di manifesti cosiddetti “cinesi”, perché inneggianti alla Cina popolare, nel gennaio del 1966 a Firenze, Livorno, Roma, da parte di Avanguardia nazionale guidata dal noto Stefano Delle Chiaie.

E dunque il ruolo attivo di organizzazioni sullo stampo di “Gladio”, e in ciò il ruolo della Democrazia cristiana, dei leader della destra parlamentare sia estremista che moderata, della Confindustria, degli apparati della Nato, degli organi d'informazione, eccetera.

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sabato 29 aprile 2017

Un vecchio principio



Non sono d’accordo nel dire che l’approccio di Trump alla questione nord coreana non corrisponde né a una strategia né a una visione ma a pura tattica. È tattica in rapporto ai problemi interni americani, sicuramente, ma risponde a una precisa strategia, posto che lo stesso Trump ne sia poco o molto consapevole. La Corea del nord sembra diventata il nemico numero uno, ma è la pedina di un gioco più grande e ampio.

Poco prima della nota riunione presso l'Eisenhower Executive Office Building, dov’è stato convocato il Senato (!!) dai vertici dell’amministrazione Trump, Mattis, Coats e Tillerson hanno rilasciato una dichiarazione congiunta secondo la quale il proseguimento dei test nucleari di Pyongyang rappresenterebbero “una minaccia alla sicurezza nazionale e un’urgente priorità della politica estera americana” in quanto gli “sforzi compiuti in passato non sono riusciti a fermare i programmi di armi illegali della Corea del Nord e i test nucleari e di missili balistici”.

Che la Corea del Nord rappresenti una minaccia diretta alla sicurezza nazionale degli Usa è semplicemente ridicolo. Che possa rappresentare una minaccia per i suoi alleati è poco credibile. Primo, perche appunto sono suoi alleati e perché Pyongyang non ha ancora dimostrato di possedere missili in grado di attraversare il Mar del Giappone.

Negli ultimi undici anni la Corea del Nord ha effettuato cinque test nucleari, con una potenza da 0,8 a un massimo di 10 kilotoni. Robetta davvero. Non risulta in grado di produrre ordigni termonucleari e i suoi testi missilistici danno l’idea di una capacità di gittata davvero modesta. Invece di buttare i soldi in armamenti la cricca di Pyongyang farebbe bene a dare da mangiare al proprio popolo, ma questo è un discorso che riguarda, per un verso o per l’altro, tutte le nazioni. Sta di fatto che la forza di un paese si misura a tutt’oggi ancora nella sua capacità bellica prima ancora che economica.

Quanto alla Corea del sud, s’appresta a eleggere un nuovo presidente, e nei sondaggi è in testa il candidato favorevole al dialogo con Pyongyang. Pertanto, come dicevo in apertura, la Corea del Nord è la pedina di un gioco strategico più grande e ampio degli Usa in quello scacchiere. Secondo un vecchio principio: divide et impera.