venerdì 24 novembre 2017

Tamburi di guerra



Il capitalismo sta attraversando un crollo politico storico, su questo non sussistono dubbi nemmeno tra gli analisti borghesi. Inoltre è palese il pericolo di una terza guerra mondiale. Tutti gli Stati, nessuno escluso, si stanno preparando rapidamente alla guerra, non escluso l’impiego massiccio delle armi nucleari. Il conflitto è radicato nella contraddizione tra il sistema degli stati nazionali e il carattere globale della produzione economica.

Due settimane fa, la NATO ha tenuto un vertice a Bruxelles per discutere la costruzione di basi navali e logistiche per il trasporto di truppe statunitensi attraverso l'Atlantico per il continente europeo allo scopo di combattere contro la Russia. Leggendo l'agenda del vertice, il settimanale tedesco Der Spiegel ha concluso, in parole povere: la NATO si sta preparando per una possibile guerra con la Russia.

Wolfgang Ischinger, presidente delle Conferenze sulla sicurezza di Monaco: «L'Europa deve muoversi perché la situazione della sicurezza si è deteriorata drammaticamente nel giro di pochi anni. L'ex partner Russia è diventato un nemico, nell'Europa orientale, nel Medio Oriente e nel Nord Africa ci sono condizioni politicamente ed economicamente instabili».

Da parte sua la Russia, con l’esercitazione Zapad dello scorso settembre, ha inteso rispondere alle minacce della NATO, le cui forze hanno circondando la Russia e spingono le loro truppe fino agli stessi confini della Russia.  Scopo dell’esercitazione Zapad è stato quello di testare se la Russia potrebbe sostenere la mobilitazione a tutto campo delle sue risorse economiche per la guerra nucleare su larga scala. Lo scenario dell'esercitazione simulava l’impiego delle forze nucleari strategiche con i loro vettori in risposta ad un attacco esterno.

Bella merda


Quella di Eugenio Scalfari, fondatore de la Bugiarda, non è stata un’uscita estemporanea, ma un chiaro messaggio. Tra parentesi: notata la vera novità del quotidiano? Ora per leggere certe cagate, come per esempio l'intervista di ieri al ministro Pietro Padoàn, ti devi abbonare. Bella merda. L’ex primo quotidiano d’Italia è sceso alle 183.116 vendute nel giugno 2017 dalle 223.356 di un anno prima. Un crollo di oltre il 18%. Bravo, Mariolino Pio.

La legge elettorale attuale prevede di continuare, in modo ancor più sfacciato, la grande inciuciata. Quanto agli “incontri” tra Fassino e i “dissidenti” si tratta solo di “ammuina”. E, pur avendo sulle scatole le dietrologie, non mi convince neppure la genuinità dell’annuncio di Alessandro Di Battista sulla sua rinuncia a ricandidarsi. Per parafrasare il rigattiere di Stratford-upon-Avon, ci sono più trame nella politica che cose in cielo e in terra.

martedì 21 novembre 2017

Il capitale è come il lupo: può perdere il pelo ma non cambiare la sua natura



Non è singolare e tantomeno inedito che i riformatori del capitalismo – i quali si rendono perfettamente conto della contraddizione tra lo sfrenato sviluppo della forza produttiva da un lato e dall’altro dell’accrescimento della ricchezza da parte di un’infima minoranza – puntino a domare la contraddizione con una diversa distribuzione del reddito rispetto al capitale, ossia prevalentemente attraverso le imposte e le millantate “patrimoniali”. Essi, in buona sostanza, fingono di vivere in un’altra realtà, cioè non hanno interesse a prendere atto che i rapporti di distribuzione non sono altro che i rapporti di produzione sub alia specie.

E ciò che vige per questo tipo di rapporti vale anche per tutto il resto. Per esempio per quanto riguarda lo sfruttamento della forza-lavoro. Proprio nel post precedente ho accennato a una questione che sembra non riguardare nessuno e che invece concerne direttamente la vita di ogni schiavo salariato. Mi riferisco al lavoro estorto, ossia al plusvalore, o valore aggiunto come lo chiamano gli acrobati della “scienza” borghese.

domenica 19 novembre 2017

Mistero fitto



Prendo a pretesto un paio di frasi da un post del blog Phastidio per chiarire come viene abitualmente trattato il concetto di produttività del lavoro e la categoria del cosiddetto “saggio di valore aggiunto”, ossia il saggio del plusvalore.

… la produttività del lavoro è il tasso di valore aggiunto alla produzione, che deriva ovviamente dal rapporto tra valore aggiunto ed ore di lavoro. Lo capisce chiunque che se il denominatore, cioè le ore di lavoro, aumenta, ma il numeratore resta uguale, il tasso di produttività non può far altro che diminuire ancora.

L’avverbio “ovviamente” è una forzatura. La prima proposizione potrebbe passare liscia se non fosse per un non "trascurabile dettaglio", laddove si presuppone per dimostrato ciò che si deve dimostrare. Chiedo: da dove risulta l’entità (la massa) del valore aggiunto che rapportata alle ore lavorate dovrebbe determinare il saggio del valore aggiunto stesso e da questo condurre a stabilire la famigerata “produttività del lavoro”?

Se non conosco uno degli elementi costitutivi del capitale anticipato, ossia il capitale variabile (salari), è impossibile determinare l’entità del valore aggiunto, alias del plusvalore, e conseguentemente non posso calcolare – prendendo per buono che ciò vada fatto in rapporto alle ore lavorate – il saggio del valore aggiunto (saggio del plusvalore). Allo stesso modo, se volessi, su tale base non potrei determinare né la massa né il saggio del profitto.

In termini colloquiali: se il capitalista non conosce l’entità dei salari pagati, ossia il prezzo della forza-lavoro acquistata, come cazzo può calcolare il suo “guadagno”, ossia valutare esattamente il valore aggiunto ex novo al suo capitale? Mistero fitto.  

Oltretutto, prendendo per buona la formulazione citata, con una battuta si potrebbe dire che un cercatore di diamanti (il loro reperimento costa in media molto tempo di lavoro) sia per forza di cose scarsamente produttivo.

*


venerdì 17 novembre 2017

La sostanza è questa



Non c’è nulla da fare, l’inflazione resta al palo. E solo Dio sa quanto vi sia bisogno di qualche punto d’inflazione per erodere salari e pensioni a beneficio (anche) del debito pubblico.

La strada maestra per far aumentare l’inflazione (anche controvoglia) è sempre stata quella di stampare moneta (anche sotto forma di debito, ossia di titoli di stato). E anche in tal caso solo Draghi sa meglio di tutti quanta liquidità a tal fine viene giocata. Tuttavia tale liquidità resta prevalentemente nel circuito finanziario, e poco agisce sul credito e ancor meno sui consumi delle anime comuni.

Per aumentare questi ultimi, c’è, a sua volta, un’altra strada maestra, vale a dire quella della spesa “aggregata”, ottenuta aumentando la spesa pubblica. Dicono che con i debiti pubblici correnti si possa fare poco da questo lato. E allora non resta, almeno in via teorica, che aumentare i salari. Ne va di mezzo, come viene lamentato, la famosa competitività. Le merci diventano più care, calano i margini di profitto e tutto va a puttane.

Pertanto non resta che aumentare la famigerata produttività del lavoro. Si ottiene fondamentalmente in due modi: aumentando lo sfruttamento della forza-lavoro (in questo l’Italia è tra i paesi all’avanguardia della produttività, checché ne dicano le statistiche padronali) e/o investire nella famosa “innovazione”. C’è, a quest’ultimo riguardo, e parlando in generale, un piccolo dettaglio cui accennare di striscio: in rapporto agli investimenti, il tasso di profitto tende progressivamente a scendere invece di crescere. Si tratta di “cosuccia” di poco conto, mettiamola così.

Perché, per esempio, in Italia s’investe di meno in “innovazione” rispetto a paesi tipo la Germania? Al netto di considerazioni di carattere tipicamente locale, bisogna tener presente la “cosuccia” di cui sopra, e perciò la risposta diventa spontanea: perché si tratta, come nel caso della Germania, di paesi già forti sul mercato, ossia di paesi (e multinazionali) che possono erodere plusvalore altrui, e in tal modo far fronte in migliori condizioni alla caduta del saggio del profitto.

Esempio terra-terra: la Fiat non è certo un competitor (per usare questo brutto termine) della Volkswagen. Così come la vedo dura, lasciando a parte la matrigna Germania, dover competere con colossi tipo Apple, Samsung, Microsoft, tanto per citare i soliti noti. C’è concorrenza tra questi colossi, nella loro sfera produttiva, ma possono imporre prezzi che erodono plusvalore estorto in altre sfere produttive (anche attraverso l'elusione fiscale).

Spero di non aver volgarizzato troppo la complessità delle varie questioni tra loro connesse, tuttavia la sostanza è questa. Conclusione: non è l’euro, quale moneta di conto e di scambio, ad avere un volto e un ruolo cinico e soprattutto baro (si può discutere invece del suo uso "politico", ma ciò vale anche per il dollaro). Cinica è la realtà, quella del capitalismo monopolistico, ossia la cogenza di determinati rapporti di forza economici (e geopolitici).

giovedì 16 novembre 2017

Toghe rosse


Le solite "toghe rosse" hanno tolto il pane di bocca alla madre dei suoi figli.

Il recuperatore


Ieri sera ho seguito l’on. Pierluigi Bersani ospite della dott.ssa Dietlinde Gruber. Nessuno dei tre giornalisti presenti in studio – con reddito abbondantissimamente superiore alla media – mostrava di essere in contatto con la realtà, e ciò nonostante le suppliche dello stesso Bersani. Tentativo inutile ma del quale bisogna dargli atto.

L’on. Bersani, mesi addietro, sempre nella stessa trasmissione televisiva, ripeteva di essere un “liberale”. Ieri sera ha leggermente cambiato posizione, dichiarando di essere “socialdemocratico”. Piccoli spostamenti di orientamento, insignificanti per quanto riguarda la sostanza, e però la dicono lunga sul travaglio dell’uomo e del politico, sul difficile momento di chi per troppi anni ha ingoiato tanti rospi. Il suo tentativo, dichiarato, è quello di recuperare i voti finiti nel “bosco” dell’astensione. Eh già, l’astensione ormai gioca un ruolo attivo. Non solo in Italia.

La ricetta per recuperare voti presso chi non ne vuol più sapere di farsi prendere in giro è la solita: un po’ di questo e un po’ di quell’altro, sul piano del “lavoro” e del fisco. Se non è un recupero pieno dell’articolo 18 sia almeno un 17 e rotti, ripete da tempo Bersani. Magari facendo pagare un qualcosa in più a chi paga poco o nulla. Senza spingersi in proposte indecenti, per carità. Per esempio, mai una tassazione di livello tedesco o francese per le donazione e successioni. Non sarebbe la fine del mondo copiare la famosa “Europa” per quanto riguarda le imposte sulla rendita, tuttavia si guarderanno bene sia i socialdemocratici e sia i “produttori di vino” dal proporlo, ma soprattutto, si presentasse mai il caso concreto, dal farlo.


Intanto, ogni anno, dall’Italia parte per l’estero un numero di pensionati e di giovani pari alla popolazione di una media città. E vi posso assicurare che ci vuol coraggio per emigrare in Bulgaria, ma anche per andare a vivere in Inghilterra. E una bella faccia tosta per ignorare una tendenza in accelerazione.

mercoledì 15 novembre 2017

Un novello niente male


Quanti articoli, trasmissioni radiofoniche e televisive sono dedicate al tema del rapporto tra cibo e salute. Stamane, su radio tre scienza, una specialista in nutrizione, impegnata presso un istituto per la ricerca sul cancro, ci informava che assumere bevande bollenti non fa bene alla salute. Mancava solo ci dicesse: attenti a non scottarvi la lingua.

Il vino, così come tutti gli alcolici, è tossico, raccontava l’esperta. Bere acqua, consigliava, se non si hanno particolari problemi renali. E invece, ma non per dispetto bensì per piacere, anche oggi ho bevuto un novello niente male.

*

La prima causa di morte per cancro nel mondo è il tumore del polmone. Ciò vale anche per i maschi italiani (pur con la forte riduzione della prevalenza di fumatori tra gli uomini: dal 55% al 28% tra il 1970 e il 2011, secondo dati Istat), ma anche tra le donne i decessi per tale patologia sono in costante crescita (un incremento annuo del 2%). Pertanto, più dell’alimentazione, a far strage, è ciò che si respira e ciò di cui veniamo irradiati.


Non solo l’aria che respiriamo, anche il lavoro salariato uccide e ammala, più di un’alimentazione squilibrata e inquinata. Il peggior effetto del lavoro salariato è quello di produrre un tempo che lavora contro di noi. Lavorare da mane a sera per cinque-sei giorni la settimana fa in modo che questa schiavitù penetri fin nel corpo anche quando è apparentemente a riposo. Decenni di tale schiavitù vengono ad incidere, inevitabilmente e in modo esiziale, sulla salute psico-fisica degli schiavi del capitale. La realtà delirante del rendimento che governa il mondo ci permette solo di mercanteggiare, anche in tema di salute.

sabato 11 novembre 2017

Eppur si muove



Coloro che pensano che l’astensione dal voto sia inutile spreco, una presa di posizione che non serve e non potrà cambiare nulla, leggano questo articolo di Ernesto Galli della Loggia. E dopo averlo letto, lo rileggano. Parla di “rassegnata disperazione”. Poi, se vi resta ancora un po’ di fiato dopo tanta fatica, leggete questo breve articolo di Andrea Scanzi dedicato al M5S. Se dopo averli letti, questi articoli, troverete da dire che vi sono due opzioni, ossia quella dell’astensione e quella del voto al M5S, allora vorrà dire che non avete ancora capito. Siete rimasti al 2013, ma quasi un lustro non è passato invano.

E non si creda che in Germania le cose vadano meglio. Quella che si apre lunedì prossimo è l’ottava settimana senza un nuovo governo che tenga conto del risultato delle urne. Lì le cose vanno meglio dal punto di vista del debito pubblico e dell’economia. Tuttavia questo stato di cose non durerà in eterno. E in Spagna non si creda che sia finita così. Tempo al tempo e anche la Francia ci dirà cose nuove, e così l'apparentemente serafica Gran Bretagna. La storia sembra ferma, eppur si muove.

« ... ad un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà. [...] Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.»

mercoledì 8 novembre 2017

[...]



Non c’è paese in Europa (nemmeno in Grecia) e nel mondo nel quale il tema previdenziale sia dibattuto in maniera asfissiante come nel teatro mediatico italiano. Non c’è giornale o talk show che quotidianamente non ne parli, e in rete vi sono siti specifici di “aggiornamento” che di ora in ora sfornano notizie e sussurri di politici, sindacalisti ed esperti vari sull’argomento. È un vero e proprio stillicidio, un reiterato terrorismo previdenziale fatto di promesse e smentite, di minacce e allarmi. L’insicurezza e la paura non portano solo voti, ma anche lettori e telespettatori, dunque inserzioni pubblicitarie, vale a dire stipendi e prebende per una vasta platea di iene e sciacalli.

Lo sappiamo bene che, non solo in Italia, la popolazione tende ad invecchiare, che progressivamente il rapporto tra popolazione attiva e quella in quiescenza è destinato a sbilanciarsi. Dunque il tema della spesa previdenziale diventerà sempre più urgente e scottante, annunciando l’imminenza del diluvio. L’arca di salvataggio sembra essere quella di allungare per quanto possibile l’età lavorativa. E però questo “rimedio a tutto” presenta delle controindicazioni non trascurabili. La prima è sotto gli occhi di tutti – per quanto alcuni abitanti di Marte lo neghino “dati alla mano” – e riguarda il “tappo” nel ricambio generazionale. Altra questione non trascurabile – salvo, appunto, per i soliti marziani – riguarda i problemi di chi dopo i 50 anni (ma anche prima) viene a trovarsi senza lavoro e senza alcuna prospettiva di essere riassunto.

martedì 7 novembre 2017

Un secolo, ma la questione centrale resta più che mai aperta



La Rivoluzione di Febbraio è stata un evento russo. La Rivoluzione d'Ottobre fu un evento che doveva cambiare il mondo. Quello che era stato solo un “spettro” che si aggirava per l’Europa nel 1847-‘48 ora esisteva come un governo rivoluzionario al potere in un paese immenso. Rosa Luxemburg, apprendendo della rivoluzione mentre era ancora in carcere, scrisse ad un amico dell’impazienza con cui attendeva i giornali del mattino per seguire gli sviluppi in Russia. Esprimeva, tra gli altri, dubbi sul fatto che la rivoluzione potesse sopravvivere di fronte all’opposizione armata dell'imperialismo mondiale, e tuttavia sulla grandezza dell'evento rivoluzionario non aveva dubbi.  

Sia Lenin che Trockij erano assolutamente convinti, nella situazione del conflitto bellico, che la rivoluzione bolscevica fosse il preludio di una rivoluzione europea e anzi mondiale. Non fu così. Qualche anno dopo Lenin prefigurò la durata della Nep (nuova politica economica) in decenni! La storia non fa salti. I bolscevichi vinsero perché erano gli unici ad essere veramente organizzati e determinati a portare a compimento la rivoluzione (che Paolo Mieli, il Toynbee italiano come qualcuno l’ha sarcasticamente definito, ha ridimensionato a “Putsch” !!), gli unici che posero la questione della pace immediata in termini espliciti.

La rivoluzione russa ebbe comunque un impatto mondiale. Non gli va però attribuita la responsabilità della nascita dei fascismi, cosa storicamente del tutto falsa. Senza la guerra il fascismo in Italia non ci sarebbe stato; senza la crisi del 1929 il nazismo sarebbe rimasto una curiosità storica, e il franchismo ebbe come avversaria una repubblica dove i comunisti e gli anarchici, almeno all’inizio, non avevano parte importante. La seconda guerra mondiale, come già la prima, nasce dalle contraddizioni in seno all’imperialismo.

Senza l’Urss, e dunque in assenza della Rivoluzione d’Ottobre, la storia d’Europa e del mondo sarebbe stata molto diversa, e non c’è dubbio che essa sarebbe stata ancor più tragica e dolorosa. Senza l’Urss anche il riformismo europeo del dopoguerra avrebbe avuto ben altra sorte, e con esso il welfare che abbiamo conosciuto. Che poi l’Urss non fosse un paese socialista, e che la rivoluzione d’Ottobre sia stata tradita dalle circostanze storiche, è cosa su cui si discuterà e scontrerà ancora a lungo.

Del resto, di quale democrazia e mondo libero stiamo parlando quando 8 individui detengono la ricchezza pari a quella di 3,7 miliardi di persone? Pertanto la questione sociale resta più che mai aperta, e le insanabili contraddizioni nelle quali si dibatte il capitalismo e la società borghese (strapotere monopolistico e finanziario, disoccupazione e precariato, povertà, disuguaglianze, inquinamento, guerre guerreggiate e minacciate) non solo non favoriscono risposte positive, ma anzi vanno in senso opposto.

lunedì 6 novembre 2017

Non cambia e non può cambiare


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Scrive il quotidiano di Confindustria a riguardo delle elezioni siciliane: «ha vinto l’astensionismo, il “partito del non voto”. Solo il 46,76% ha votato per l'elezione del presidente della Regione e dell'Assemblea, mentre il 53,23% ha disertato le urne». Questo e solo questo è il vero risultato delle elezioni siciliane (2.179.474 elettori su 4.661.111), quelle di ieri e anche della tornata elettorale precedente. La maggioranza non crede più alle panzane di chi dice che vuole cambiare le cose. In Sicilia, poi? Una regione dove lo spoglio delle schede è stato rinviato ad oggi per un motivo che è indecente perfino ricordare. E alle 10 di oggi, lunedì, l’ufficio elettorale regionale ammette che dalle prefetture non è ancora giunto un solo dato relativo allo scrutinio.  

P.S. : In Botswana, alle 19.00, ossia dopo 11 ore, lo scrutinio non è stato ancora completato. 

venerdì 3 novembre 2017

In una luminosa mattina di ottobre, pensando in grande ...



In prima pagina sul Corriere, e poi a seguire a pagina 28, il professor Ernesto Galli della Loggia dedica il suo editoriale odierno ad una realtà prima a lui “totalmente sconosciuta”, un’esperienza antropologica avvenuta per puro caso in una “luminosa mattina di ottobre”. Da ciò la sorpresa e forse l’autentico turbamento che l’ha spinto a raccontare di aver trascorso alcune ore in “un quartiere di piccola borghesia” della periferia romana, nel quale sopravvive, nel degrado, nella solitudine e nell’assenza completa di negozi e uffici, “gente di redditi modesti”.

Scrive, tra l’altro, il nostro Gogol':

Vista da una periferia, sia pure per poche ore ma in prima persona, ogni questione appare con contorni più netti, ogni problema acquista un’altra misura.
Diventa innanzi tutto più netta e tangibile la questione — dobbiamo ancora oggi adoperare questa parola — dell’ineguaglianza. Che, superata una certa soglia, produce una rottura violenta di quel sentimento di giustizia che vive entro noi e ci serve a mantenere il rispetto di noi stessi. Allorché per l’appunto l’ineguaglianza diventa ingiustizia. Determinare la soglia di cui sopra non è facile, certo. Ma è anche vero che forse abbiamo abbandonato con troppa disinvoltura l’idea di «giusta società» senza la quale una democrazia appassisce e probabilmente muore.


E dunque, c’è da chiedersi, quale sarebbe infine la proposta del professor Ernesto Galli – “pensando in grande”, egli precisa – in modo che l’ineguaglianza non diventi ingiustizia e la democrazia non deperisca e muoia? Il risultato si ottiene, conclude, “obbligando tutti, ma proprio tutti, a pagare le tasse”.

Averci pensato prima ...

mercoledì 1 novembre 2017

[...]



Nella sua essenza il capitalismo non è cambiato e non può mutare, e tuttavia negli ultimi decenni ha sviluppato la sua forma storica definitiva, quella della grande centralizzazione monopolistica nell’ambito della cosiddetta globalizzazione, anche se non ha ancora mostrato, se non per cenni, la struttura dei rapporti sociali che andranno a sostituire, nel tempo lungo, quelli attuali. Sono però già presenti i motivi della sua rivoluzione sociale e antropologica, e siamo testimoni del rapido estinguersi di un mondo che per certi aspetti durava da sempre.

*

Che in questi nostri anni non aggraziati s’avanzi un filone pieno di barbarie credo non si possa negare. Pur deplorando i comportamenti della società di cui si fa parte, sappiamo di non essere immuni delle sue stesse colpe e ci interroghiamo sul domani che intuiamo irto di ancor maggiori difficoltà e terribili agguati.

Ci chiediamo se la nostra civiltà potrà sopravvivere all’irrompere di strati etnici e sociali che fino a pochi anni fa ne erano estranei, ma dovremmo ancor più chiederci se crediamo realmente possibile che questo sistema possa sostenere ancora a lungo il peso delle proprie contraddizioni. Su questo punto le astrazioni di politici ed economisti creano solo illusioni e miti, in un quadro di estesa connivenza e tortuose miserie.

Nonostante tutti i progressi della scienza e della tecnologia non siamo riusciti ad assicurare alla società una base più umana e siamo impotenti di fronte a una disgregazione e un caos che fomenta paure esplicite e inquietudini segrete. È vero che nel mondo talune estreme povertà paiono diminuire, ma è altrettanto certo che nell’insieme, tanto più in rapporto allo sviluppo economico raggiunto, le diseguaglianze si sono fatte sempre più stridenti e intollerabili.

E perciò appare stucchevole e falso il dibattito (si fa per dire) politico e culturale attorno ai grandi temi della nostra epoca, un dibattito schematicamente semplicistico per ciò che riguarda la realtà effettiva del capitalismo, che anzi viene in ogni modo esorcizzato nel nome, come se a rimettere a posto le cose bastasse qualche decimale di Pil di una ripresa economica instabile e momentanea.


Settori sempre più ampi della società avvertono il peso insopportabile di questa inconcludenza e decadenza, e non sarà certo, per quanto riguarda i casi nostri, l’ampio vivaio di aspiranti dittatorelli che potrà rovesciare le sorti, già segnate, di un paese sempre più spaccato tra chi tira la carretta con sempre maggiore difficoltà e coloro che proprio da tale debolezza e difficoltà traggono ulteriore profitto.

venerdì 27 ottobre 2017

Meglio un bonus



La cosiddetta “speranza di vita” non è uguale per tutti, non per maschi e femmine, non per tipologie di lavoro, non per classi sociali e di reddito. L’adeguamento dell’età per andare in pensione connesso alla “speranza di vita”, sulla base dei dati Istat, è stato introdotto dal governo B. e dall’allora ministro Sacconi, ex socialista. Oggi Sacconi recita la parte del pentito, vorrebbe cioè un adeguamento meno automatico. Poletti, l’ineffabile, ha sostenuto che la legge è legge e va applicata. Altri, come il ministro Martina, guardano preoccupati alle elezioni e all’effetto che tale adeguamento, che scatterà dal 2019, potrà avere sul voto nel 2018. A questo quesito si può rispondere anche senza la classica sfera di cristallo: il Pd è un partito in via di estinzione.

Poi ci sono quelli che non sanno nulla ma che di quel nulla sanno tutto e scrivono ogni giorno cose che a loro sembrano senz’altro di buon senso: l’adeguamento è necessario per non far sballare i conti della previdenza. Si tratta sempre di soggetti che non hanno mai lavorato realmente in tutta la loro vita, i cui contributi previdenziali non sono altro che una partita di giro: ossia gente che percepisce un reddito e non ha mai prodotto un’acca di ricchezza. In prevalenza sono ideologi ufficiali e ufficiosi del sistema: giornalisti, speculatori, professori della minchia, politici, gentaglia. Non parlano mai di sfruttati e di sfruttatori, sono delle nullità umane amanti della libertà, soprattutto quella di succhiare il sangue a chi lavora.

I più astuti corifei del sistema se ne vengono a dire che il problema non sono le pensioni bensì il lavoro. Si dimenticano però di chiarire quale sia l’origine del “problema”. È vero che la tecnologia è diventata la sovrana effettiva del processo lavorativo, ma è proprio entro tale processo che va colta la contraddizione da cui sorge il “problema” del lavoro, il quale è tutto interno alle forme di sfruttamento capitalistico del lavoro. Una rimodulazione e razionalizzazione del lavoro (nelle attività produttive e nei servizi: primo, lavorare tutti e lavorare meno) è possibile solo superando il “motivo” capitalistico e le contraddizioni entro le quali esso si muove e sviluppa.

Lo stesso vale per il “problema” demografico. Solo una società sclerotica retta da burocrati dementi può vedere un “problema” nell’allungamento della speranza di vita. Lo sfruttamento della forza-lavoro per decenni e gli stili di vita imposti dal “motivo” capitalistico non possono che avere effetti devastanti sulle condizioni di salute del proletariato, per quanto i nuovi ritrovati farmacologici possano prolungarne la sopravvivenza. In tale contesto, l’anziano diventa solo un peso e un costo, e non già, come potrebbe, un’importante risorsa sociale.

Allo stesso modo va considerata la disoccupazione di massa e la precarietà strutturale del lavoro, l’incertezza sul futuro, tutti fattori che non favoriscono certo la natalità. Stesso discorso per quanto riguarda la povertà, vecchia e nuova. Aumentano le disuguaglianze, ma per questi riformisti d’accatto è sempre meglio un bonus alla miseria perché costa di meno di un diritto. Insomma, promettere rimedi a questi problemi è l’arte della politica cialtrona, la quale si guarda bene da porre i problemi nelle loro reali cause e dunque nella giusta dimensione e prospettiva.

martedì 24 ottobre 2017

« Chi ha scatenato questa guerra merita di morire »


 «La verità non sarà mai saputa veramente;
da che parte il diritto, nemmeno;
da che parte la giustizia, meno ancora:
dove ci sono passioni non c’è nulla di quelle tre cose»
 (A. Gatti, Un italiano a Versailles, p. 283).

Versailles, seconda decade dicembre 1917. Nella villa Béthune, un magnifico palazzo costruito da pochi anni nell’omonima via appena fuori città, si serve la prima colazione. Il Generale, come già faceva nella sede di Udine, vi provvede con caffellatte e biscotti.

Dopo colazione, dalle otto e mezzo fino alle nove, il Generale esce a passeggio, accompagnato dal suo ufficiale d’ordinanza. Con passo pesante, il bastone, i capelli bianchi ed il lungo cappottone che svolazza e s’attorciglia alle gambe. Alle nove in punto, seguito dai suoi ufficiali, si avvia verso l’albergo Trianon, sede il Consiglio di guerra interalleato.

È molto meticoloso il Generale, spacca il minuto, un maniaco della puntualità, dell’esattezza. Di là a qualche giorno, nel mezzo di un’importantissima discussione del Consiglio di guerra, cominciò ad innervosirsi, a muoversi, e disse rivolto ai presenti: «Sono già le dodici, che cosa stiamo a fare? Mi fanno ritardare la colazione!».

È nevicato copiosamente, il vento spazza le strade e gli amplissimi viali sotto un cielo terso. La piccola città è tranquilla, raccolta e pensosa. Soltanto nella piazza del mercato e nei vecchi quartieri di via della Passione o di Saint-Pierre, la vita pulsa un po’ più freneticamente.

[...]



E anche Giuseppe Pinelli.

lunedì 23 ottobre 2017

Non lo faranno



Eh, il figlio del poliziotto può titolare come vuole, resta che un risultato così non se l’aspettavano. Per il Veneto. Il caso Lombardia è diverso. Del resto non possiamo credere che, tanto per citare, amici e parenti dei Barbaro e  Papalia, dei Bruzzaniti-Morabito-Palamara e dei Pizzata, ma anche dei Modaffieri-Mondella, dei Di Giovine e dei Manno-Maiolo, così come i Mazzaferro e gli Iamonte-Moscato di Melito, quindi gli Arena e i Farao-Greco, vadano a votare per un referendum come quello di ieri.

Vale forse la pena ricordare il plebiscito di domenica 21 e lunedì 22 ottobre 1866, ossia il plebiscito truffa. Il Veneto, il Friuli centro-occidentale e la provincia di Mantova, fino a venerdì 19 ottobre appartenevano all’Austria. Il 20 ottobre, in base a un  Trattato, erano diventati francesi. Lo stesso 20 ottobre, il governo piemontese pubblicò sulla Gazzetta Ufficiale il decreto del 7 ottobre per il plebiscito!! Il mattino successivo fu possibile votare consegnando un qualsiasi foglio contenente il testo del quesito, aggiungendo Sì oppure No. Coloro che avevano diritto al voto, in quanto maschi di età maggiore di 21 anni, costituivano circa il 28% della popolazione residente. Votarono soggetti che non ne avevano titolo, come i soldati italiani di stanza in Veneto, ad esempio, e, soprattutto, i dati resi noti non corrispondevano ai voti reali. I favorevoli risultarono il  99,9%, smentendo anche l’errore statistico. Andò come nel plebiscito siciliano del quale ci racconta con ironia Tomasi di Lampedusa.

Il plebiscito, che nemmeno i Savoia volevano, serviva a sancire una situazione di fatto, dettata da accordi diplomatici. Ma da qui a dire che fu la volontà del popolo a sancire l’unione del Veneto al Regno sabaudo-massonico ce ne passa.

*

Con il referendum di ieri non cambierà nulla, solo giochi di potere. E però una questione già aperta si presenta ora in modo molto netto e legale, in faccia a chi l’ha snobbata e continuerà a sottovalutarla.


Sia chiaro: noi veneti, nella quasi totalità, siamo e ci sentiamo italiani (che altro, sennò? per quanto personalmente aspiri al superamento degli Stati nazionali), al pari e forse più di altri. Ma non ci sentiamo di dover sacrificare la nostra specifica identità, la nostra millenaria lingua e cultura sull'altare della statualità italiana ed eurocratica. Poi c'è la questione degli schei, certo, ma la questione è aperta sopratutto a causa della putrefazione di quella stessa inefficiente e prevaricante statualità. Prima che la questione degeneri strumentalmente, come sta accadendo in Spagna, sarebbe il caso di prendere in considerazione la questione per ciò che essa effettivamente rappresenta. Non lo faranno.