lunedì 3 dicembre 2012

Bersani statista



La rivoluzione russa e cinese, così come i sistemi che ne sono seguiti, hanno funto da base per la transizione da società di tipo semi-feudale agli odierni modelli di mercato. Molti ritengono che tali regimi che nominalmente richiamavano il comunismo in realtà altro non manifestassero che forme di capitalismo di Stato, laddove i profitti non erano appannaggio dei capitalisti ma dell’apparato di partito e burocratico. Orfani di quel che Marx non aveva potuto teorizzare per non scadere nella profezia, ma soprattutto disattenti di ciò che Engels riconosceva nel 1895: "La storia ci ha dato torto, a noi e a tutti quelli che pensavano come noi. Essa ha mostrato chiaramente che lo stato dello sviluppo economico sul continente era a quel tempo ancora ben lontano dall'essere maturo". E non lo fu nemmeno subito dopo, tantomeno in Russia.

Che si trattasse di capitalismo di Stato non è del tutto esatto se si tiene conto che il capitalismo da un lato è produzione del plusvalore, e perciò viene prodotto solo quello che può essere prodotto con profitto e nella misura in cui tale profitto può essere ottenuto, e dall’altro lato è accumulazione, quindi soggetto alle leggi del profitto e alla necessità di ampliare la sua base produttiva e di mercato, esigenza che solo in parte la pianificazione di tipo sovietico poteva contemperare. Ed infatti la realtà ultima della burocrazia sovietica è stata la continuazione del potere dell’economia, il salvataggio dell’essenza del lavoro-merce, ma entro i limiti dell’ipostasi di un mercato chiuso e di un sistema di accumulazione e di investimento dei profitti molto diverso dal modello capitalistico classico.

Per contro, il capitalismo di Stato cinese, se ha voluto evitare la fine del socialismo reale sovietico, ha dovuto aprirsi al mercato pur mantenendo ancora una struttura centralizzata per quanto riguarda il credito, la gestione delle infrastrutture e la fornitura dei servizi statali. Tuttavia ciò che determina essenzialmente il successo di tale scelta strategica della Cina, è di essere diventata la fabbrica del mondo aprendosi alle multinazionali e ai fornitori e subappaltatori loro associati, destinando i processi di lavorazione e montaggio, ad alta intensità di lavoro, alle piccole e medie imprese che hanno accesso diretto ai mercati mondiali attraverso una complessa rete di contatti. 

Questa strategia basata sulla grande capacità di attrazione per gli investimenti diretti esteri mediante l’offerta di infrastrutture efficienti e servizi di supporto che facilitano l’espansione delle catene di produzione globale, dovrà nei prossimi lustri sempre più fare i conti con i cambiamenti indotti da una lato dalla crisi mondiale e dall’altro dalle tipiche contraddizioni del modo di produzione capitalistico, vale a dire che le catene di produzione si troveranno ad affrontare la carenza di manodopera, l’aumento dei salari e la minaccia di rilocalizzazione verso paesi con costi minori (c’è sempre qualcuno che ha più miseria). Le autorità cinesi ne sono ben consapevoli.

A ciò si aggiunge quanto ho già scritto nel post del primo dicembre, ossia il fatto che le contraddizioni si universalizzano e inaspriscono ulteriormente e che l’allargamento della base di un’area produttiva può avvenire solo a spese di un’altra. Pertanto i conflitti per una nuova spartizione del mondo diventano indispensabili per ogni ulteriore sviluppo. E qui entra in gioco la cara vecchia geopolitica. Anche Bersani ieri sera, nel suo discorso d’incoronazione di vincitore delle primarie, ha dato un saggio di tale consapevolezza riferendosi agli interessi nostrani in Libia e nel Mediterraneo. L’Italia non è la Svizzera e perciò servono i cacciabombardieri, per avere peso e non diventare estranei alla tecnologia del settore (quest'ultima considerazione non l'ha pronunciata ma è ben sottintesa).

A questo punto desideravo introdurre l’argomento vero, ossia un suggerimento di (ri)lettura di un vecchio testo degli anni Sessanta sulla questione centrale della organizzazione statale postrivoluzionaria, ma, come a volte mi capita seguendo il fluire del ragionamento, il post è diventato lungo e non ho l’ambizione di scrivere saggi ma solo il piacere di scarabocchiare dei post. Perciò il suggerimento è solo rinviato.

2 commenti:

  1. Il post, bello e illuminante come sempre è (anche) su Bersani, ma per un attimo sposterei di nuovo la lente su Renzi. Trovo questo spunto interessante sul blog de Il Simplicissimus:

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    Il problema politico era quello di far uscire dalla pozza di ambiguità la destra del partito per farne un sostituto della destra berlusconiana in via di scomparsa e impedire che venisse messa in discussione l’agenda Monti, cosa possibile anche nell’atmosfera di socialdemocrazia rarefatta e subalterna espressa dal partito. Nello stesso tempo occorreva mimetizzare il più possibile questa operazione. Chi meglio di Renzi già vicino attraverso i suoi amici e soprattutto Paolo Fresco, alla finanza? E chi meglio di un personaggio mediaticamente vincente, che già aveva lanciato la sua fronda all’interno del Pd?

    Così a fine maggio di quest’anno viene chiamato Blair ad impostare la candidatura e lanciarla ufficialmente in un incontro a Palazzo Corsini al quale sono presenti J.P. Morgan, Intesa S. Paolo, i ministri Passera e Grilli, e Gertrud von der Leyen, ministro tedesco del Lavoro. L’ 8 giugno in una direzione nazionale del partito ufficializza le primarie. Più di 3 milioni e centomila elettori nel 2009 avevano eletto Bersani segretario e stabilito che il segretario dovesse essere il candidato premier. Ma evidentemente le pressioni per riaprire i giochi sono state fortissime: il 13 settembre Matteo Renzi si candida, il 20 settembre Goldman Sachs pubblica un documento in cui dà il via libera a un eventuale governo Pd , il 6 ottobre il Pd modifica lo statuto. Tre settimane più tardi Le Monde scriverà della campagna di Renzi: “È riuscito a far passare in secondo piano il confronto sulle idee riducendo il dibattito a un conflitto tra vecchi e giovani nel PD”.*

    L’ultima settimana di campagna con il tentativo di ribaltare le regole a metà del gioco, hanno mostrato un Renzi bambinesco e angosciato dall’idea di aver deluso qualcuno nonostante il risultato ottenuto, notevolissimo e foriero di responsabilità governative. Ma questi saranno fatti suoi: rimane la realtà di un programma e progetto politico che al di là degli ispiratori e finanziatori, è del tutto al di fuori dalla socialdemocrazia. Almeno c’è questo elemento di chiarezza, nonostante il partito tenti di nasconderlo con i salamelecchi postelettorali e l’unitismo di maniera. Che Renzi rimanga nel partito per condizionarlo in maniera decisiva o che tenti una sua strada visto che la maggioranza non si è espressa in favore della rottamazione, Monti può dormire sonni tranquilli. E a noi toccherà l’insonnia.

    ***
    mauro

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  2. Dubito che Bersani abbia una visione così planetaria dell'esistenza. E' un piccolo fuscello nelle mani dei suoi padroni. Prova ne è che non si è dato fuoco di fronte ad una generazione nata morta e senza futuro la cui esistenza in vita è legata esclusivamente alla pensione di genitori e nonni. Penso che la Libia gli serva per procacciare danari per sé e per i propri compagni di merenda attuali e futuri. In fila per le primarie erano tutti straricchi e possidenti e con il suv parcheggiato in doppia fila. Hanno già iniziato a spartirsi il bottino e dubito che lasceranno qualche briciola a dipendenti e pensionati a 400 euro al mese. D'Alema gli aveva promesso una vacanza premio ed ora, semplicemente, mantiene la parola. Il baffetto vuole acquistare una nuova barca a vela con il permesso di Monti e dei banchieri.
    Ciao.

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