martedì 31 agosto 2010

Risvegli


IL 6 agosto scrivevo:
Il Pd deve prima cambiare la legge elettorale, ma sulla nuova legge non c’è accordo nemmeno al suo interno, figuriamoci se c’è col resto della carovana.
Quello che può apparire un arrocco da parte di B. & B. potrebbe diventare uno “scacco matto del barbiere (o dell’imbecille)”.
Sul blog di Alessandro Gilioli, leggo:
Ho come l’impressione che dalla fitta corrispondenza agostana dei notabili del Pd con i direttori dei quotidiani sia emersa con chiarezza una sola verità: e cioè che il sogno estivo di “un governo di transizione per cambiare la legge elettorale” sia svanito al primo chiudersi d’ombrellone.
E questo per tanti motivi, primo fra i quali il fatto che lo stesso Pd pare tutt’altro che compatto nel proporre un modello alternativo al Porcellum: anzi, tra chi lo vorrebbe più proporzionale (D’Alema) e chi invece più uninominale (i veltrones) è subito scoppiata la rissa, con varianti e sottovarianti di ogni tipo, dal sistema tedesco a quello francese, ma c’è anche quello inglese.

C’è voluto il bagnino, dopo quasi un mese, per chiudere l’illusione della nuova legge elettorale.


Appunto all'attenzione dei ministri Gelmini e Tremonti


Il ministro dell'Istruzione superiore, Valérie Pécresse, inaugura la nuova residenza studentesca di Le Havre (Seine-Maritime), ovvero l’installazione di vecchi containers in funzione abitativa.
Questo sistema d’alloggiamento è nato in Olanda - dove più di 1000 containers sono stati adattati dal 2005 – ed è operativo in Germania, Australia e Canada. La residenza – sì, la chiamano proprio così ­– accoglierà un centinaio di studenti provenienti da Le Havre, che saranno ospitati nei box di 25 mq, attrezzati e arredati, per un affitto mensile di 280 euro. Ad un costo di cinque milioni di euro (20% finanziato dalla Stato), questa residenza è stata costruita in meno di un anno su un sito fornito dal comune.

Le Havre non è Parigi. C’è da chiedersi, tra l’altro, se con cinque milioni di euro non si sarebbero potuti costruire, sul terreno del patrimonio comunale, almeno 30-40 alloggi tradizionali per 3-4 studenti ognuno. Evidentemente, viene da pensare, la stupidità del vivere tra istituzioni morte comporta anche la facoltà di esprimere solamente delle proposte a metà strada tra la demenzialità e la provocazione pura. Almeno apparentemente, poiché si tratta invece di organizzare l’urbanizzazione e le condizioni abitative di una società fallita che sta diventando sempre più totalitaria.

La signora Gelmini non si farà certamente sfuggire l’occasione, e il signor Tremonti non mancherà di incoraggiarla.

lunedì 30 agosto 2010

Strozzini


Lo so che è un argomento che non appassiona molti, ma quello che scrive Eugenio Scalfari nei suoi editoriali fa tendenza nel cosiddetto popolo della “sinistra”. E cosa dice Scalfari al di là della boutade sull’economia politica che avrebbe “come tema centrale l’etica” (quella del capitale, ovviamente)?
«Bisogna riconoscere  –  e per quanto mi riguarda l'ho scritto più volte  ­–  che l'economia globale comporta un trasferimento di benessere dall'area opulenta all'area emergente e povera. Si potrà gradualizzare entro certi limiti questo processo, ma è del tutto inutile cercare di arrestarlo».
Ci vorrebbero voglia e tempo per discutere su cosa intende Scalfari per “benessere dall'area opulenta”, ma prendiamo la cosa per come la prospetta: cosa significa in concreto? Che dobbiamo diventare meno “opulenti”, cioè meno ricchi. Chi deve diventare meno ricco? Scalfari, Marchionne e la Marcegaglia oppure i salariati e milioni di pensionati, cassaintegrati e precari? In quest’ultimo caso si tratta di diventare poveri o più poveri, tanto per usare concetti correnti. E per quale motivo il “benessere” di una parte del mondo dovrebbe essere trasferito alle aree emergenti perché esse si possano affrancare dal sottosviluppo? Scalfari non entra nel dettaglio, dice che sarà e deve essere così. Non indaga, per esempio, il ruolo dei paesi emergenti nel quadro del sistema economico dominato dall’imperialismo, non ci dice nulla sui sicari dell’economia, cioè di quelle élite di professionisti ben retribuiti che hanno il compito di trasformare la modernizzazione dei paesi in via di sviluppo in un continuo processo di indebitamento e di asservimento agli interessi delle multinazionali. Basta battere moneta che non è garantita in oro e in tal modo possiamo creare quanti creditori inadempienti, e perciò schiavi, vogliamo. E però Scalfari si sofferma sulle modalità di tale “trasferimento” di “opulenza”, sorvolando sullo strozzinaggio internazionale:
«Il trasferimento può avvenire in vari modi. Uno di essi è l'immigrazione dall'area povera all'area opulenta, un altro è la de-localizzazione della produzione e del capitale in senso contrario, un altro ancora consiste nella ricerca di analoghi trasferimenti di benessere sociale all'interno dell'area opulenta tra ceti ricchi e ceti poveri […]».
Attenzione però, tali delocalizzazioni e trasferimenti tra ceti saranno “accompagnati da ritmi di produttività più intensi nelle aree povere affinché la loro dinamica sociale accorci le distanze con le aree ricche”.
Ritmi di “produttività più intensi”, in Polonia, Serbia, Irlanda,  Romania, e quindi anche in Italia e via elencando. Evidentemente i livelli di precarietà e sfruttamento della manodopera non sono ritenuti congrui, sufficienti, bisogna stringere la morsa della catena, occorre andare oltre! Dov’è la differenza tra Scalfari e Marchionne?
Dopo di che Scalfari si dilunga retoricamente su uguaglianza e diritti. Finge (finge!) di non accorgersi che l'economia è stata sequestrata dalla finanza e che versa in agonia e che tutto finirà in un'esplosione o in una guerra. Come scrive Marx nel brano che ho riportato nel post di ieri, si tratta di “cattiva coscienza e malvagia intenzione apologetica”, dimeri sofisti o sicofanti delle classi dominanti”.

domenica 29 agosto 2010

L'orinatoio


Non è la coscienza a determinare l’essere, bensì l’essere sociale a determinare la coscienza, scriveva Marx.
Eugenio Scalfari è un multimilionario, forse multimiliardario, in euro. Oggettivamente è un alto borghese, soggettivamente un ideologo della propria classe e tra i più pericolosi poiché le “sue” idee sono diffuse in decine migliaia di copie proprio perché giudicate “autorevoli”. Egli pone le questioni in modo che implichino già nei lettori certe risposte e non altre, giammai la questione del superamento dell’attuale sistema di sfruttamento. Con “ragionevolezza” e “buonsenso”, egli argomenta solo le questioni relative alla sopravvivenza del capitalismo, alla sua pacata salvaguardia ed efficienza, alla “pace sociale” così utile alla “stabilità” nonché favorevole alla buona digestione. Insomma un imbonitore, una vedette della menzogna sistematica. Ritiene che non vi possa essere (e lo dimostrerebbe l’esperienza storica del Novecento) sistema migliore di questo, per quanto il capitalismo presenti molte contraddizioni. Il gioco è tra la sopravvivenza in catene democratiche e la ferocia stalinista, tra un orinatorio d'oro feticcio e una ceramica dozzinale. Insomma, l’unica materia che non può essere sperimentata nella nostra epoca sperimentale è la libertà.
Scalfari ritiene, esplicitamente (lo afferma nel suo editoriale di oggi), che “l'economia politica ha come tema centrale proprio quello dell'etica, cioè dei diritti e dei doveri, della felicità e dell'infelicità, della giustizia e del privilegio”. Questa affermazione è tipica del pensiero borghese, dei suoi ingannevoli sofismi. Scalfari, birbantello, sembra dimenticare una cosa ovvia: l’economia politica, nell'epoca attuale, è anzitutto la dottrina del capitale, cioè la scienza che diventa apologia. Il suo scopo precipuo, all’opposto di quanto indicato da Scalfari, è quello di mascherare la natura eminentemente predatoria e sfruttatrice del capitalismo, le cause delle crisi cicliche, non meno della crisi generale e del suo tramonto storico.
L’economia politica, nel senso più ampio del termine, è la “scienza delle condizioni e delle forme nelle quali le diverse società umane hanno prodotto e scambiato e nelle quali hanno volta per volta distribuito i loro prodotti in modo conforme a questa produzione e a questo scambio”. Come tutte le scienze sociali, anche l’economia politica ha un carattere storico, in quanto le “condizioni, in base alle quali gli uomini producono e scambiano, mutano di paese in paese, e in ogni paese, alla loro volta, di generazione in generazione. L’economia politica non può quindi essere la stessa per tutti i paesi e per tutte le epoche storiche” (F. Engels, Antidühring, MEOC, vol. XXV, pp. 143 e 140 ).
Scrive Marx nel poscritto alla seconda edizione de Il Capitale, critica dell’economia politica, 1873:
L'economia politica, in quanto è borghese, cioè in quanto concepisce l'ordinamento capitalistico, invece che come grado di svolgimento storicamente transitorio, addirittura all'inverso come forma assoluta e definitiva della produzione sociale, può rimanere scienza soltanto finché la lotta delle classi rimane latente o si manifesta soltanto in fenomeni isolati.
Prendiamo l'Inghilterra. La sua economia politica classica cade nel periodo in cui la lotta fra le classi non era ancora sviluppata. Il suo ultimo grande rappresentante, il Ricardo, fa infine, consapevolmente, dell'opposizione fra gli interessi delle classi, fra salario e profitto, fra il profitto e la rendita fondiaria, il punto di partenza delle sue ricerche, concependo ingenuamente questa opposizione come legge naturale della società. Ma in tal modo la scienza borghese dell'economia era anche arrivata al suo limite insormontabile. Ancora mentre il Ricardo viveva, e in contrasto con lui, le si contrappose la critica, nella persona del Sismondi.
L'età seguente, dal 1820 al 1830, è contraddistinta in Inghilterra dalla vivacità scientifica nel campo dell'economia politica. Fu il periodo tanto della volgarizzazione e diffusione della teoria ricardiana, quanto della sua lotta contro la vecchia scuola. Si celebrarono splendidi tornei. Le imprese allora compiute sono poco conosciute sul continente europeo perché la polemica è dispersa in gran parte in articoli, scritti occasionali e pamphlets. Il carattere spregiudicato di quella polemica - benché la teoria ricardiana vi serva già, eccezionalmente, anche come arme offensiva contro l'economia borghese - si spiega con le circostanze del tempo. Da una parte, anche la grande industria stava appena uscendo dall'infanzia, com'è provato già dal fatto che essa apre il ciclo periodico della sua vita moderna soltanto con la crisi del 1825. Dall'altra parte, la lotta delle classi fra capitale e lavoro era respinta sullo sfondo, politicamente per la discordia fra i governi e l'aristocrazia feudale schierati attorno alla Santa Alleanza, e la massa popolare guidata dalla borghesia, economicamente per la contesa fra capitale industriale e proprietà fondiaria aristocratica, celata in Francia dietro l'opposizione fra piccola proprietà e grande proprietà fondiaria, apertamente scoppiata in Inghilterra dopo la legge sui grani. La letteratura economica inglese di questo periodo rammenta il periodo d'entusiasmo aggressivo per l'economia politica in Francia dopo la morte del dottor Quesnay: ma solo come l'estate di San Martino rammenta la primavera. Col 1830 subentrò la crisi che decise una volta per tutte.
La borghesia aveva conseguito il potere politico in Francia e in Inghilterra. Da quel momento la lotta fra le classi raggiunse, tanto in pratica che in teoria, forme via via più pronunciate e minacciose. Per la scienza economica borghese quella lotta suonò la campana a morto. Ora non si trattava più di vedere se questo o quel teorema era vero o no, ma se era utile o dannoso, comodo o scomodo al capitale, se era accetto o meno alla polizia. Ai ricercatori disinteressati subentrarono pugilatori a pagamento, all'indagine scientifica spregiudicata subentrarono la cattiva coscienza e la malvagia intenzione dell'apologetica. Eppure perfino gli importuni trattatelli che l'Anti Corn Law League, con i fabbricanti Cobden e Bright in testa, lanciò per il mondo, offrivano un interesse se non scientifico almeno storico, con la loro polemica contro l'aristocrazia fondiaria. La legislazione sul libero commercio dopo Sir Robert Peel ha strappato all'economia volgare anche quest'ultimo pungiglione.
La rivoluzione continentale del 1848 ebbe il suo contraccolpo anche in Inghilterra. Uomini che ancora rivendicavano valore scientifico e volevano essere qualcosa di più di meri sofisti o sicofanti delle classi dominanti, cercarono di mettere l'economia politica del capitale d'accordo con le rivendicazioni del proletariato, che ormai non potevano essere ignorate più a lungo. Di qui un sincretismo esanime, com’è rappresentato, meglio che da altri, da John Stuart Mill.

sabato 28 agosto 2010

Ricottari


Si dice che l’attuale centrosinistra non ha un progetto politico e sociale determinato, circoscritto a un’idea concreta di presente e di futuro prossimo. Il centrosinistra invece un progetto c’è l’ha, oltre alla dichiarata volontà di voler sconfiggere Berlusconi cambiando la legge elettorale.
Nominalmente il programma politico è alternativo a quello della destra, ed è declinato nelle quasi trecento pagine del programma della legislatura Prodi (non per nulla si vuole ricostruire l’Ulivo). Si distingue da quello della destra per gli accenti ideologici di retaggio, le sfumature, talvolta per il garbo, ma la sostanza, il concreto, è liberal-liberista: far pagare a salariati e pensionati i costi della crisi e del debito, ridurre al minimo il welfare, lasciare mano libera all’impresa, combattere l’evasione fiscale a chiacchiere, privatizzare tutto il privatizzabile, “ripensare” il nucleare. E poi tanti ritocchi e ritocchino di sistema.
“Anche i ricchi piangono” era solo una boutade demagogica della frangia bertinottiana. Le leggi approvate sono state: cuneo fiscale di 8 miliardi alle imprese, altri miliardi per aerei e armamenti, missioni di “pace”, aumento delle tasse e modifica dei coefficienti di calcolo delle pensioni. E poi fumo negli occhi e infinite liti tra primedonne.
Anche l’eventuale futuro governo di centro-sinistra o comunque alternativo a Berlusconi, avrà lo stesso carattere dei precedenti governi Amato-D’Alema-Prodi. Del resto, destra e sinistra si contendono l’esistente, sono lo specchio di questa società. Anche per la “sinistra” va bene l’attuale sistema, vogliono solo che funzioni meglio, salvarlo, non travolgerlo. Nemmeno per idea essi pensano, per esempio, di opporsi alla reificazione sempre più perfetta del lavoro umano e al suo moderno corollario di consumismo passivo e sprecone, fatto di divertimenti manipolati. Ne dichiarano l’inevitabilità, riconducibile allo “sviluppo” moderno e alla supposta immutabilità della “natura umana”. Stronzi due volte.
Ciò che nell’ideologia del piccolo borghese è menzogna inconsapevole, in loro diventa menzogna sistematica, cattiva coscienza soggettiva a favore della quale hanno elaborato una teoria che dovrebbe dimostrare, giustificando la loro scelta di campo, come ogni idea di effettivo e radicale cambiamento sarebbe impraticabile e pericolosa. Sono in tutto e per tutto dei burocrati pietrificati, professionisti della balla, da sempre antimarxisti, degli stalinisti pentiti.
La borghesia recupera questi disgraziati, legati a doppio filo alle forze dominanti, nei momenti di crisi in cui è necessario far ingoiare rospi ai salariati. Chi va a governare è gente agiata, in milioni di euro, che si avvale di ogni astuzia per occultare il malloppo. Gli esempi non mancano, anche eclatanti, su ogni fronte.
Quanti operai, impiegati, artigiani ci sono in Parlamento nelle fila del Pd? Nemmeno un numero di facciata. Forse che tra gli operai, impiegati e artigiani non ci sono elementi validi e atti a stare in Parlamento?
Sono possidenti conservatori, cattolici come Prodi, o laici benestanti, come D’Alema e Bersani, ma soprattutto sono iscritti tutti alla stessa loggia liberista, come ha ammesso giorni or sono chiaramente ed esplicitamente lo stesso segretario Pd.

venerdì 27 agosto 2010

Che classe!


«Basta con la lotta di classe», afferma Emma, l’uomo forte del padronato italiano.
«Finalmente», sospirano gli operai e i salariati.
«No, no, non avete capito – riprende Marcegaglia – basta con la vostra lotta, quella per i salari e i diritti. La nostra, invece, si chiama competizione globale. Significa che noi possiamo fare quel ca…volo che ci pare e voi non dovete e non potete contraddire, protestare, scioperare. Insomma, rompere i … . Sì, avete capite bene. A termini di contratto s’intende. Si tratta di un nuovo, si fa per dire, modello di relazioni industriali. Le stesse che negli ultimi trent’anni ci hanno consentito di togliervi la scala mobile, allungare gli anni di lavoro, tagliarvi la pensione, aumentarvi le tasse, e soprattutto introdurre il precariato in tutte le più variegate forme di sfruttamento. In cambio vi abbiamo dato la televisione come analgesico, ipnotico, calmante. Se volete possiamo forzare sulle dosi … ».
«E le norme, le regole – ribattono gli operai – sui diritti dei lavoratori, l’orario, il salario e la sicurezza  sul lavoro?»
«Ma come – s’arrabbia la presidentessa – non avete sentito cosa ha detto il ministro degli evasori? Basta con i diritti e le regole in Italia e in Europa, bisogna mettersi al passo con i paesi più virtuosi, come l’India e il Pakistan, la Polonia, la Romania e la benemerita Cina! Il lavoro non è in funzione della società nel suo complesso come sostengono quei passatisti dei comunisti, il lavoro è in funzione del profitto, dell’accumulazione. Se no che c…osa ci stiamo a fare noi padroni? Il nostro interesse è fondamentalmente statico, la conservazione dell’esistente, non illudetevi dunque di poter produrre e consumare altro che la merda imposta come indispensabile dalla pubblicità. Soprattutto non vi permetteremo mai di raggiungere la sovranità sul mondo delle cose e sulla vostra vita».
«Ma – osserva un operaio dall’ultima fila – nei paesi che lei ha citato c’è il lavoro minorile, il lavoro notturno femminile, almeno 60 ore settimanali, licenziamenti a bischero sciolto, ogni tipo di sopruso e di molestie ……».
«Basta con questa propaganda marxista, via, a lavorare, fannulloni, altrimenti dico a Maroni di mandare gli sgherri».

Rieccoli


Ci manca solo lui, ma non è detto.

giovedì 26 agosto 2010

The Great Gatsby e Berghem fest


Ricordo (ricordiamo) che fino a un paio d’annetti or sono ci scassavano la minchia con la faccenda che le famiglie italiane avevano problemi con la quarta settimana, poi anche con la terza, quindi con il pane e il latte; ora invece non se ne parla più perché siamo diventati dei formidabili economisti, tutti felici verso fine mese e finanche generosi con mance alle cassiere dei supermercati.
La crisi è rientrata, ci sono code ai valichi e ai caselli, aumentano le crociere e i viaggi all’estero. Ansedonia, Capalbio, Cortina, è pieno così. Aveva ragione Lui, come solito, è una questione di atteggiamento. Il suo motto è: nei tempi felici sono stato immune da interessi; nei disperati, non ho temuto nulla al riparo dei miliardi e degli avvocati.
Perciò cerchiamo di imitare, in una qualche misura, la Sua vita. Quella dello spendere e spandere è la poesia moderna; non ci sono più i Marlowe pronti a morire, coltello in pugno, per contestare un conto.
Siamo pieni di debiti, mutui, ipoteche, pignoramenti, ecc. ma questo è un buon segno, vuol dire che c’è fiducia e che il denaro circola, o almeno le cambiali e il cosiddetto credito al consumo, le vacanze con pagamento in comode (per chi?) rate e il prestito a strozzo delle finanziarie. E ci sono le banche, quelle “costruite intorno a te”.
La Grecia non è così lontana,  e la paura sarà ottimo collante.

* * *

Bersani – scrive il Sole24ore – ha insistito sulla vicenda dei tre operai della Fiat reintegrati dal giudice: «Quei tre operai non possono stare dei mesi prendendo lo stipendio senza poter lavorare».
Chiaro, non dobbiamo offrire precedenti pericolosi agli operai. Se non lavorano loro, chi lavora? 
* * *
A proposito di Bersani, è tornato dalle ferie? Perché a leggere quello che scrivono Veltroni e altri, sembra che nel Pd stiano cercando un segretario.
* * *

«Dobbiamo rinunciare ad una quantità di regole inutili, siamo in un mondo dove tutto è vietato tranne quello che è concesso dallo Stato, dobbiamo cambiare». Lo ha detto il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, intervenendo al «Berghem fest» sottolineando subito dopo che «robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro) sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l'Unione europea e l'Italia che si devono adeguare al mondo» (Corriere della sera).
Perché Tremonti non lo va a dire a casa degli operai, per esempio, morti bruciati alla Thyssen? Senza scorta, però.  
 

mercoledì 25 agosto 2010

Ship of fools


Supponiamo che risecano ad assemblare un governo franckenstein, con vendoliani, bocchiniani, cattolici con cilicio e senza. Per fare, si dice, la riforma elettorale. Una legge che ognuno vuole a suo gusto: con latte, senza schiuma, poco zucchero, con il fernet. Oppure una legge sul conflitto d’interessi che taglia fuori Berlusconi e con esso la Lega: follia.
L’antiberlusconismo è l’unico motivo che unisce queste deboli forze ma non è cemento adatto per tenere insieme alcunché.
Non restano che le elezioni. E dopo di esse una situazione forse ancor più confusa, instabile.
Ed è tutt’altro che improbabile che in autunno entrino in gioco fattori, per così dire, esterni, cioè i cosiddetti “mercati”. Allora sì che si comincerà a ballare e non mancheranno i tarantolati.
Chi scriveva, oltre un anno fa, le letterine di Miriam Bartolini, aveva intuito giusto: si sta preparando il terreno per i lupi mannari, quelli veri.
* * *
Berlusconi è solo un clown mediocre, non s’intende di scherzi da preti. E lo scherzetto a Boffo lo sta pagando con gli interessi. Famiglia cristiana è letta da milioni di cattolici, è un giornale che fabbrica opinione come nessun altro.

Minestrina riscaldata


Ammetto di non aver mai creduto che Valter Veltroni potesse mantenere la parola data: andare in Africa a “lavorare” per gli africani. E infatti eccolo, dalle colonne ospitali del Corriere, che mi scrive e ci scrive una lunghissima lettera che già dal titolo è un’esplicita autocadidatura: «Scrivo al mio Paese e vi dico cosa farei».
Evidentemente non si rende conto che lui per questo “suo” paese ha già fatto molto, troppo.
Diluite nel solito brodo veltroniano ci sono due cosette: non vede l’ora che Berlusconi se ne vada e che il paese ha bisogno di grandi riforme. Impenitente e sagace come sempre.
Scriveva il Coriere il 21 dicembre 2007:
Prodi deve decidere: o difende i partiti piccoli, prendendo le distanze dal leader del Pd e scaricando il Prc, o dà il via libera alla riforma invisa a Mastella e compagni. Quindi, se il governo non vuole cadere, il premier non dovrebbe ostacolare le prove di dialogo tra il sindaco di Roma e il Cavaliere. Altrimenti... Altrimenti in casa Veltroni non si esclude nemmeno il ricorso alle urne già l’anno prossimo.
E poi il 27 dicembre:
Veltroni deve giocare con attenzione questa partita tutta tattica con il premier che vuole arrivare fino al 2011, mentre il leader del Pd per non logorarsi preferirebbe accelerare i tempi. A meno che tutto non precipiti il 22 gennaio, quando in Senato, arriverà la mozione di sfiducia a Padoa- Schioppa.
E il 25 gennaio 2008:
Dopo tre, dicesi tre, minuti dall' annuncio della sfiducia già le agenzie battevano un suo [di Veltroni] accorato appello al Cavaliere perché, cooperando alle riforme, egli possa così passare dalla cronaca alla storia.
Insomma, Veltroni è stato determinante nel dare il  benservito a Prodi, permettendo così a B., dichiarato morto nel novembre 2007 dallo stesso Fini (“siamo alle comiche finali”), di risorgere ad aprile 2008 vincendo a man bassa le elezioni proprio contro il faccione di Veltroni.
Lo sa bene il nostro stratega delle “riforme”, e infatti si difende così:
«Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese».
Un milione e mezzo! Ma si può essere politicamente più deficienti di così? Non gli viene in mente, a questa faccia a fondo di bidet, che bastava non far cadere il governo Prodi per qualche mese per toglierci di torno lo stracotto Berlusconi, e magari includere nella coalizione elettorale anche i "comunisti"?

martedì 24 agosto 2010

A babbo morto


Nel migliore dei sistemi sociali possibili, in grado di auto-riformarsi (sostengono in molti), succedono queste cose:
Milioni di famiglie Usa senza più la casa:
(ASCA-MarketNews) - Indianapolis, 24 ago - ''Ci sono alcuni segnali incoraggianti di ripresa economica e di stabilizzazione dei prezzi delle case, ma non siamo fuori dal tunnel''. Cosi' Charles Evans, presidente della Federal Reserve di Chicago, intervenendo a un convegno a Indianapolis. Nonostante i provvedimenti del governo per modificare le procedure sui mutui immobiliari e limitare i pignoramenti, ''milioni di americani stanno ancora perdendo la loro casa'', ha proseguito Evans, sottolineando il circolo vizioso che oramai lega la perdita del posto di lavoro ai pignoramenti della case di proprietari impossibilitati a pagare le rate del mutuo. ''Le previsioni ci dicono che nel 2010 le case pignorate potrebbero toccare quota 3 milioni'' ha spiegato il numero uno della Fed di Chicago. Nel 2009, secondo i dati di RealtyTrac, le case pignorate sono state oltre 900 mila.

E anche la mitica Cina non sta meglio. Scrive il Sole 24ore del 17 agosto:

Cina, 65 milioni di case invendute. S'è costruito oltre ogni ragionevole criterio nelle città cinesi e lo s'è fatto perché gli immobili sono l'attività che rende più di tutte. I prezzi delle case sono triplicati in pochi anni e un piccolo appartamento a Shanghai costa oltre 200mila $, quando il reddito medio di una famiglia è di 4mila $ all'anno. I terreni, attorno a Pechino, sono saliti del 750% dal 2003 e metà del rialzo è avvenuta negli ultimi due anni.
La settimana scorsa l'autorità bancaria di Pechino, nel proporre un nuovo stress test per gli istituti di credito del Paese, ha suggerito uno scenario "estremo" in cui i prezzi delle case potrebbero crollare fino al 60%. Se il prezzo degli appartamenti costruiti in gran numero nei palazzoni di Pechino e Shanghai dovesse crollare del 60%, rischierebbero il fallimento quasi tutte le società sponsorizzate dallo stato e con esse le banche che le hanno finanziate. Le indicazioni dell'autorità bancaria sono un'ammissione implicita che esiste una bolla speculativa.
Di bolla in bolla abbiamo trascorso gli ultimi 12 anni tra euforia e depressione. L'euforia ce la procurava la bolla man mano che si gonfiava. La depressione ci assaliva tutte le volte che la bolla scoppiava: come dopo la mania di Internet nel 2000; dopo che i prezzi delle case, in America, in Gran Bretagna, Spagna o in Australia, ricominciavano a scendere dal 2007; dopo che tutta la liquidità che s'era creata in anni di euforia finanziaria era diventata carta straccia tra il 2007 e il 2008. E la depressione che ci hanno procurato le ultime due bolle ha rischiato di non essere solo psicologica, perché da quella che è stata definita la peggior recessione dagli anni Trenta a una nuova Grande Depressione il passo era breve. Secondo qualche economista, non è detto che non possa ancora accadere.
E poi prosegue:
Se Greenspan, nel 1996, invece di limitarsi a denunciare l'esuberanza irrazionale delle borse avesse tre anni dopo ribadito la demenzialità delle quotazioni dei titoli Internet e tecnologici e intrapreso qualche azione per frenare l'eccessiva liquidità dei mercati, forse lo scoppio della bolla sarebbe stato meno fragoroso. Se nel 2005 anziché chiamare «schiuma» l'effervescenza del mercato immobiliare Usa l'avesse definita senza eufemismi, e se invece di lamentare la stranezza di alcune cartolarizzazioni di mutui e la generica pericolosità di certi derivati avesse intrapreso qualche misura per circoscrivere il fenomeno, forse si sarebbe potuto limitare i danni.
Se il Sole 24ore non fosse l’organo della Confindustria, forse nel 1996 e nel 2005 queste cose le avrebbe scritte allora. Troppo facile a babbo morto.

Schiavi e parassiti




Il liberalismo, anche quello più bonario, ha come scopo la conservazione di un mondo diviso tra padroni e schiavi. La lotta tra queste due figure sociali antitetiche è chiamata conflitto tra capitale e lavoro, o in altri modi ancor più impersonali, ideologici e fuorvianti.

La vicenda dei tre operai licenziati da Fiat e reintegrati dalla magistratura dimostra, oltre alla volontà totalitaria dell’azienda, il potere esercitato dell’ideologia sulle coscienze. La Fiat non li vuole in fabbrica; gli operai rivendicano invece il loro “diritto al lavoro”, il non voler essere “parassiti”, cioè retribuiti senza lavorare.

Eccoci allo schiavo che rivendica il suo “diritto” a essere sfruttato, il suo diritto di lavorare alla “catena”.


lunedì 23 agosto 2010

Dalla padella alla brace, ovvero della malinconia


Si vada a votare o no, a prenderlo in culo (è francese!) sono e saranno sempre i soliti: lavoratori e pensionati, gente che conta i soldi per arrivare a fine mese.
Il governo tecnico, cui agognano un po’ tutti, dai democratici ai futuristi, dai giustizialisti ai guevaristi à la carte, darebbe modo alla borghesia di raggiungere due obiettivi: liquidare l’ormai logoro Berlusconi, da un lato, e avere carta bianca per le “riforme” e i sacrifici, dall’altro. Con l’immancabile appoggio degli ex stalinisti (compreso il cattolico Vendola e gli altri impostori che non hanno nemmeno bisogno di mentire per essere sempre al posto giusto) nell’inedita alleanza con gli ex fascisti, e naturalmente con gli immancabili integralisti cattolici dall’alito cattivo quali garanti degli interessi vaticani.
Tutto questo non fa che accrescere la malinconia.

Casse-pipe


Mentre gli esponenti del dubbio metodico si chiedono se, per quanto riguarda la sorte del regime di Berlusconi, invece di essere giunti al 25 luglio 1943 non si sia alle soglie di un nuovo 6 aprile 1924 (quando il partito nazionale fascista prese il 61,3% dei voti alle elezioni politiche, e il regime si consolidò definitivamente), l’odierna Camera dei fasci e delle corporazioni (ben vivi, gli uni e le altre) ha prodotto una leggina (ddl 40, art. 3, comma 2 bis, votato anche dai “finiani” come Granata, noti per essere in linea con le idee del momento) con la quale si mette fine al contenzioso tra la Mondadori e lo Stato italiano per quanto riguarda 340mln di euro, pari a 650 miliardi di lire di tasse evase (ricordo che la lira pur non essendo più moneta di pagamento resta legalmente moneta di conto).
Anche per il berlusconismo, il segreto del suo totalitario successo sta nel particolare.
* * *
Pierluigi Bersani, esponente liberale dell’ala riformista e moderata dell’attuale regime, ha annunciato che quando rientrerà dalle ferie, trascorse in Sardegna, lancerà una campagna di informazione denominata “Porta a porta”. Un altro esempio di come il nuovo (??) fascismo sia entrato nel comune vocabolario da decenni.
Non vedo l’ora che Pierluigi si presenti al mio uscio, non prima di essersi tolto le infradito.

domenica 22 agosto 2010

Banalità di scuola


Alberto Asor Rosa venerdì scorso ha scritto su il manifesto un lungo articolo, Un altro governo è possibile, preceduto da una lunga premessa in cui spiega che cos’è un’«esercitazione di scuola».
Le «esercitazioni di scuola» venivano assegnate e discusse nelle classi medie superiori della scuola italiana tanti anni fa per mettere alla prova le capacità logiche dei ragazzi. I compagni di classe dell'individuo cui, sventuratamente per lui, era stato assegnato il compito di svolgerne una, erano invitati dai loro professori a segnalare i passaggi logici che, in quanto tali, non funzionavano nell'elaborato; venivano severamente rampognati quelli di loro che si limitavano a dire: non mi piace, non la penso come lui. Naturalmente la logica formale non è il reale: per passare dall'una all'altro (e anche viceversa) bisogna fare un'opera di trasposizione pratica decisiva, che nel caso nostro si definirebbe togliattianamente «iniziativa politica». Però, al tempo stesso, senza logica formale si va a tentoni, non si riconoscono le cose, si prendono fischi per fiaschi e in definitiva si finisce a catafascio.
In ogni «esercitazioni di scuola» – precisa A.R. – c'è una premessa. Se cade questa, cade tutto il resto. La «mia» premessa è: il bubbone maligno, che distrugge l'Italia, diffonde la corruzione, spazza via il gioco democratico, fa vacillare le istituzioni e le regole, distrugge l'informazione, sottomette tutti i rapporti di classe al gioco dei potenti, è Berlusconi, è il governo in mano a Berlusconi, è il berlusconismo. Se è vero questo - se cioè la premessa regge -, allora il compito politico e civile primario è trovare il modo di sbarazzarsene, altrimenti ogni altro discorso più corretto, più profondo, più giusto - persino quello riguardante un corretto conflitto politico -, non sarà più (mai più?) possibile.
Perciò non resta che verificare se tale premessa posta da A.R. regge oppure no. Insomma è Berlusconi la causa del berlusconismo ed è questa la radice del “bubbone maligno che distrugge l'Italia”? Per rispondere a questo interrogativo, è necessario rispondere ad altri due quesiti: 1) che ruolo giocano le singole personalità nel determinare un’epoca e quanto invece le circostanze favorisco l’ascesa (e la caduta) di un personaggio e del suo sistema di potere?; 2) com’era l’Italia politica e sociale prima di Berlusconi?
Per esempio, riguardo al primo quesito, quanta parte ebbero gli interessi degli industriali e degli agrari nell’avvento del fascismo? Quale ruolo ebbero gli interessi strategici ed economici nell’affermazione della Democrazia cristiana? E per rispondere al secondo quesito, com’era l’Italia di Craxi e prima ancora quella di Scelba, Fanfani e Andreotti, cioè quella delle stragi e delle trame golpiste, del malaffare?

Insomma sarebbe come spiegare quasi un ventennio di berlusconismo con il fatto, rilevante ma non sempre decisvo, del suo potere mediatico. È evidente che a decidere del suo successo (e, per altri versi, quello della Lega) vi sono soprattutto interessi e motivazioni che riguardano una bella fetta di paese.
Quindi: siamo sicuri che una volta che ci saremo “sbarazzati” di questo clown e dei suoi sodali saranno ristabilite le "regole" (quali, se non quelle del più forte di turno?), la “libera informazione” (libera da chi?) e i rapporti di classe non saranno più sottomessi come ora al gioco dei potenti? Mi pare proprio che Asor Rosa prenda “fischi per fiaschi”.

domenica 8 agosto 2010

Il Tremonti europeo che piace ai social-liberisti


di Joseph Halevi

La solerte disponibilità di alcuni esponenti del Pd provenienti dai Ds (a partire dal segretario Bersani) nel promuovere Tremonti a premier di un nuovo governo va oltre i tatticismi che da due decenni caratterizzano gli ormai anziani dirigenti provenienti dall'ex Pci. Prima della sua breve conversione al populismo antifinanziario, Tremonti ha rappresentato la versione politica di quel neoliberismo che non si preoccupa della definizione di regole che dovrebbero garantire la connessione tra concorrenza ed utilità sociale. I neoliberisti non credono in questo nesso né pongono limiti all'intervento dello Stato pur di far avanzare privatizzazioni unilaterali volte a nuove concentrazioni monopolistiche. Sono invece i social-liberisti a credere che, in un contesto di leggi e norme fondate sulla trasparenza e sulla garanzia di una rete di protezione sociale basata sul dovere di dare qualcosa in contropartita piuttosto che sul diritto, la competitività, ottenuta anche attraverso le privatizzazioni, produrrebbe risultati duraturi e socialmente validi.

La crisi ha spazzato via le tesi social-liberiste, per cui il Pd è oggi completamente privo di idee. Inoltre basta leggere il Financial Times per constatare che la ripresa dei profitti (non dell'occupazione, dei salariati e delle pensioni) e delle banche si fonda sulla deroga e sull'allentamento delle regole. Il centro di gravità dei rapporti economici è oggi formato da quella che Yanis Varoufakis dell'università di Atene ha definito «trapezocrazia» (in greco trapeza significa banca).

La crisi non ha però distrutto il neoliberismo: la privatizzazione dell'acqua nel campo dei beni comuni in Italia e la monetizzazione pubblica delle perdite delle banche private da parte di quelle centrali, iniziata sotto Bush, ne costituiscono una prova significativa. Il neoliberismo può sopravvivere sia in condizioni di tagli che di espansione della spesa pubblica.

Con la crisi greca creata e ampliata dalla Germania, Tremonti ha abbandonato ogni velleità populista e si è messo alacremente a distruggere, su direttive europee, il bilancio pubblico italiano. Nello spazio di poche settimane si è trasformato nell'uomo che applica le regole «europee», ed è per questo che è diventato digeribile anche al partito dei social-liberisti, da settori del Pd a Repubblica e perfino al Fatto quotidiano. Sul piano economico la cosa sinistra è proprio questa: l'accettazione delle regole «europee» come necessarie per il risanamento della finanza pubblica, mentre invece portano allo sfascio sociale.

Il manifesto, 7 agosto

sabato 7 agosto 2010

Della presa per il culo dei soliti noti

Sulla Stampa di ieri c'è un interessante articolo di Luca Ricolfi sui decreti attuativi del cosiddetto federalismo. Questo un passo saliente che illustra, al di là di ogni possibile fraintendimento o dubbio, che ci stanno prendendo per il culo:

[...] leggendo il decreto delegato sul fisco municipale il cittadino di ogni singolo comune dovrebbe venire a conoscenza di almeno due cifre: quanto il comune è autorizzato a spendere (y), quante imposte dovrebbero versare i suoi cittadini (x). Queste due cifre non si sanno, e chissà quanti mesi o anni dovranno passare prima che si conoscano.

Ma non è tutto. Se il federalismo fosse oggi qualcosa di più che una manifestazione di intenti, i decreti delegati avrebbero già sciolto i due nodi fondamentali della sua applicazione, che chiamerò nodo della perequazione e nodo della chiusura.


Nodo della perequazione. E' ragionevole che i territori più poveri, avendo un gettito potenziale minore, ricevano una sorta di contributo di solidarietà da un fondo perequativo, alimentato dal gettito dei territori più ricchi. Ma non è mai stato chiarito in modo esplicito se la perequazione dovrà colmare la capacità fiscale mancante, dovuta al fatto che il territorio debole ha redditi più bassi, o dovrà colmare invece il gettito mancante, che spesso dipende anche, in misura tutt'altro che trascurabile, dalla maggiore evasione fiscale.


Esempio: il comune X ha un fabbisogno standard di 100, una capacità fiscale di 70, un gettito di 40 (perché l'evasione fiscale è molto alta). Il fondo perequativo gli assegna solo 30 (100-70=30) o gli assegna 60 (100-40=60) ? Nel primo caso si crea un incentivo a combattere l'evasione fiscale, nel secondo caso l'evasione fiscale è premiata. Il primo meccanismo è virtuoso, ma difficile da mettere a punto perché presuppone la conoscenza della capacità fiscale di un territorio relativamente a uno specifico gruppo di imposte (quelle immobiliari, nel caso dei comuni). Il secondo meccanismo è vizioso, ma facile da applicare perché il gettito, a differenza della capacità fiscale, è perfettamente noto
[...] .

In pratica a pagare saranno sempre gli stessi. E anche ad evadere. E così pure a spendere e spandere.

venerdì 6 agosto 2010

Dell'America

WASHINGTON — The number of Americans who are receiving food stamps rose to a record 40.8 million in May as the jobless rate hovered near a 27-year high, the government reported yesterday.

Recipients of Supplemental Nutrition Assistance Program subsidies for food purchases jumped 19 percent from a year earlier and increased 0.9 percent from April, the US Department of Agriculture said in a statement on its website.

Participation has set records for 18 straight months.

Unemployment in July may have reached 9.6 percent, according to a Bloomberg News survey of analysts in advance of the Aug. 6 release of last month’s rate. Unemployment was 9.5 percent in June, near levels last seen in 1983.

An average of 40.5 million people, more than an eighth of the population, will get food stamps each month in the year that began Oct. 1, according to White House estimates.

The figure is projected to rise to 43.3 million in 2011.
© Copyright 2010 Globe Newspaper Company.

Del barbiere (o dell'imbecille)


Vediamo come stanno le cose ad oggi.
B. & B. minacciano le elezioni, sicuri di vincerle potendo contare sulla legge attuale e il controllo dei media e del ministero dell’interno.
Il Pd, di contro, deve prima cambiare la legge elettorale, ma sulla nuova legge non c’è accordo nemmeno al suo interno, figuriamoci se c’è col resto della carovana. Inoltre non c’è la maggioranza al senato, perciò strizzano l’occhio a Tremonti e alla Lega. Ma di Tremonti si può dire tutto ma non che sia fesso.
Quello che può apparire un arrocco da parte di B. & B. potrebbe diventare uno “scacco matto del barbiere (o dell’imbecille)”.
Ad ogni buon conto è assai rischioso scommettere su una partita giocata più sulla debolezza che sulla forza.

Amarcord


Postdam, fine luglio 1945. Alla conferenza alleata Truman comunica informalmente a Stalin che gli Usa sono in possesso di un’arma di distruzione senza precedenti. L’Urss è sotto scacco.
Secondo gli accordi precedenti, l’Urss dovrà entrare in guerra contro il Giappone. La data annunciata da Stalin è per l’8 agosto. Usa e Gran Bretagna ora nicchiano, vorrebbero che l’Urss ne restasse fuori.
Il Giappone ha stabilito contatti tramite l’Urss per la resa. Gli Usa hanno risposto avanzando condizioni tali che il Mikado non può accettare.
Dal giorno 3 agosto ogni giorno è buono. Il giorno prima Truman abbandona la conferenza e rientra negli Usa.
Hiroshima, 6 agosto. Bollettino meteorologico: cielo poco nuvoloso, visibilità dieci miglia.

giovedì 5 agosto 2010

Un regalo di Berlusconi


5 agosto 1938. Esce la rivista La difesa della razza. 150mila copie la tiratura. Segretario di redazione un certo Giorgio Almirante.
Costui, durante la repubblichina di Salò, fu dapprima capo manipolo della guardia nazionale e dopo Capo di Gabinetto del Ministro della Cultura Popolare. In seguito passò al ruolo di tenente della brigata nera dipendente sempre dal Minculpop. In questa veste, al pari delle altre camicie nere, si impegnò nella lotta ai partigiani in particolare in Val d'Ossola e nel grossetano. Qui, il 10 aprile 1944, apparve un manifesto firmato da Almirante in cui si decretava la pena della fucilazione per tutti i partigiani (definiti "sbandati", all'interno del manifesto) che non avessero deposto le armi e non si fossero prontamente arresi. Nel 1971 il manifesto – ritrovato nell'archivio comunale di Massa Marittima, pubblicato da l'Unità il 27 giugno 1971 e poi riconosciuto come autentico in sede giudiziale – susciterà roventi polemiche per via della feroce repressione antipartigiana compiuta dai fascisti in quelle zone: a titolo di esempio basti ricordare che nella sola frazione di Niccioleta, a Massa Marittima, tra il 13 ed il 14 giugno 1944 vennero passati per le armi 83 minatori [qui].
Nel 1947 venne condannato per collaborazionismo con le truppe Naziste.
Almirante ebbe un ruolo anche nella vicenda seguita alla strage di Peteano, ma si avvalse di  amnistia per cui uscì dal processo. Le accuse di contiguità con il terrorismo nero furono numerose.
Il 18 marzo 2009 l'ex deputato missino Giulio Caradonna, iscritto alla P2, in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera ha rivelato come Licio Gelli, maestro venerabile della Loggia P2, iniziò a finanziare il MSI proprio su sollecitazione di Almirante.
Il successore, Gianfranco Fini, designato dallo stesso Almirante a succedergli alla guida del MSI, lo onorò definendolo "un grande italiano " e "il leader della generazione che non si è arresa".
Innumerevoli centri dell’Italia centrale e meridionale hanno intitolato a tale galantuomo piazze, vie e parchi.
Da alcuni anni è stato istituito dalla Fondazione Marzio Tremaglia (altro camerata) il premio Giorgio Almirante, già promosso dal Ministero degli Italiani nel Mondo con l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e a cui la Rai ha dedicato ampio risalto (con i soldi del canone!).