giovedì 19 aprile 2018

Molto più meglio



Ogni giorno è la stessa merda. E come potrebbe essere diversamente dopo aver promesso per mesi, anzi per anni, 780 euro a ogni disoccupato, una tassazione massima del 15-23 per cento “a prescindere”, l’abolizione della Monti-Fornero e “cchiú pilu pe' tutti”?

Si evita di parlare del debito pubblico, come se fosse maleducazione nominarlo, il quale aumenta mediamente e costantemente di circa 70 miliardi l’anno pur con tassi d’interesse sotto i tacchi.

mercoledì 18 aprile 2018

Sarebbe



È stata annunciata a suo tempo la fine della storia, dichiarata la morte delle ideologie, ratificata l’obsolescenza di destra e sinistra, eccetera. La storia ha preso una dimensione davvero mondiale, la propaganda mercatista non è mai stata tanto pervasiva e la destra, sottomessa come solito al primo venuto, è diventata egemone dal momento che il riformismo borghese mostra il proprio fallimento. E già prenderne atto sarebbe qualcosa.

martedì 17 aprile 2018

Contaminazione


Ieri ho visto il film Come un gatto in tangenziale. La borghesia dapprima crea ghetti e barriere sociali di ogni tipo, poi s’inventa e finanzia film come questo, per assolversi, per creare aspettative e nuove illusioni di inclusione e di “contaminazione” per classi sociali subalterne e globalmente senza avvenire. Non una chiarificazione dei problemi esistenti, delle contraddizioni economico-sociali, bensì una guerra ideologica a tutto campo e stravinta in partenza poiché ha il privilegio di conferire, nell’assenza di ogni e qualsiasi reale opposizione, sempre nuove sfumature alla realtà oltraggiosamente visibile, mistificando teoria e pratica del proprio dominio.


Il film esemplifica bene la gerarchia del potere che schiaccia gran parte dell’umanità. È un’inferiorità essenziale imposta in tutti gli aspetti della vita quotidiana, dai costumi ai pregiudizi, in cui ogni facoltà umana è allineata sul potere d’acquisto. Poi ci penseranno i fondi europei a integrare e trasformare sottoproletari e “ladre compulsive” in startup di pizza & samosa.

lunedì 16 aprile 2018

Il mercato delle illusioni


Se il profitto è la sola ragione dell’economia e sono i padroni a decidere chi può lavorare e a  quali condizioni; se il denaro regola tutti i rapporti sociali e fa la differenza nelle opportunità; se la libertà economica di pochi significa la sottomissione di tutti gli altri, ebbene ha senso considerare questo tipo di società come libera e democratica?


Un partito o movimento politico che non abbia come punto fondamentale del suo programma il superamento di queste condizioni sociali, e cioè la distruzione della società di classe, vende solo illusioni a garanzia del mantenimento dello stato di cose presenti.

venerdì 13 aprile 2018

Il pettine


“Il fondamento della democrazia
consiste nel credere che quel
che non è come loro è il male”
(Gabriel García Márquez)

L’esperienza non serve solo per allacciarsi le scarpe, ma anche per capire che salire il Colle a piedi è una faticaccia. Non potendo per questioni d’immagine usare l’auto blu, allora ci si reca con quella privata. Chissà se con bollo e assicurazione in regola. Sono immagini queste che vanno conservate nella memoria.

I due statisti si sono spartiti ciò di cui potevano disporre da subito, e cioè presidenze e commissioni parlamentari. In ciò hanno mostrato dinamismo e predilezione per il “cambiamento”. Anche questo va ricordato a futura memoria.

Per il resto sono fermi al palo, cioè per almeno un altro paio di settimane, sembra di capire. Fino alle elezioni regionali del Friuli V-G, le quali contano pur qualcosa (dopo di che il tavolo potrà essere rovesciato).

Il caimano di Arcore ieri s’è mostrato per ciò che è sempre stato. Ed era anche furioso, non tanto per lo scontatissimo veto della banda degli onesti, ma perché il presidente gli ha chiesto di agevolare la nascita del nuovo esecutivo.

Diciamocelo francamente, a gran parte degli italiani è sempre piaciuta la frusta novella del bischero qualunque che diventa statista. In Italia e in Europa essere fascisti sta diventando un’opzione che trova sempre più convinta comprensione in tanti, specie tra gli orfani di “sinistra”.


Intanto nel Mediterraneo, cioè a margine del grande dibattito mediatico, si accendono lampi di guerra. La situazione non è molto diversa, salvo per la potenza dei mezzi, da quella del secolo scorso, oppure, a scelta, a quella dell’epoca di Antonio e Ottaviano. I nodi, anche quelli che a noi sembrano geograficamente lontani, stanno venendo al pettine.

giovedì 12 aprile 2018

Marx aggiungerebbe un capitoletto



Vorrei ricordare, a proposito di un post di Beppe Grillo, il quale rubacchia citazioni di seconda mano di qua e di là, che Paul Lafargue non ha solo scritto Le droit a la paresse (letteralmente: Il diritto alla pigrizia), ma anche Le droit au rire (Il diritto al riso).

Nel citare Paul Lafargue, Beppe Grillo, ovvero il suo ghostwriter, ricorda che egli fu il genero di Karl Marx. Magari avrebbe potuto precisare che il suocero non aveva molta stima politica a riguardo del genero, e tantomeno ne aveva Engels, il quale, non essendone parente, poteva permettersi di affermarlo in chiaro nella sue lettere.

Nella lettera a Eduard Bernstein del 25 ottobre 1881, Engels in più punti esprime giudizi non proprio lusinghieri sul carattere, le idee e le iniziative del genero di Marx. Valga per tutte la celebre e molto fraintesa frase che Engels attribuisce a Marx, e cioè “Je ne suis pas marxiste”. Essa fu pronunciata proprio in riferimento alla situazione del socialismo francese, del quale Paul Lafargue era uno degli esponenti.

lunedì 9 aprile 2018

Applausi


Da almeno alcuni decenni il prof. Massimo Cacciari recita con successo la parte di “nemo profeta in patria”, tanto da essere diventato un caso mediatico tra i più seguiti. Al riguardo ricordo che alla vigilia del referendum del 4 dicembre 2016 dava per certa la vittoria del Sì. Potrei citare altre profezie, a cominciare dagli anni Sessanta, quando non trovava disdicevole pronunciare la parola “capitalismo”, mentre oggi preferisce l’indeterminato ma rassicurante “sistema sociale di produzione”.

Per venire all’oggi, ecco proposto un esempio di come si può favoleggiare la realtà facendo sortire il solito coniglio spelacchiato dal logoro cilindro del riformismo:

[…] si tratta di smantellare il sistema amministrativo-burocratico del Paese, che grava sui nostri conti, sulle nostre imprese e sulle possibilità di investimenti dall’estero più di centomila terremoti; si tratta di riprendere con forza un disegno di sistema in merito alle riforme: è necessario abolire davvero Senati e Provincie, è necessario davvero accorpare funzioni e servizi tra Comuni, è necessario davvero disboscare l’intrico delle società partecipate, dove l’interesse politico scorrazza dietro la foglia di fico del diritto privato.

Più o meno le stesse parole e con la medesima enfasi riformista Cacciari le avrebbe potute scrivere 40anni or sono, e noi oggi potremmo dire che si trattava d’ipotesi in cerca di una realtà politica e sociale alla quale aggrapparsi, ma di fatto inesistente.

Quanto all’abolizione del Senato, in una sua intervista a Ezio Mauro del 30  maggio 2016 auspicava: “la creazione di un autentico Senato delle Regioni con i rappresentanti più autorevoli eletti direttamente”.

Colpa del popolo bue che non ha seguito il suo suggerimento e quello di Renzi. Del resto se non hai il consenso hai bisogno del potere. E proprio a riguardo di Renzi oggi Cacciari replica: “Il Pd impediva a Renzi di svolgere con chiarezza e coerenza la propria partita”. Applausi convinti.


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domenica 8 aprile 2018

Ricordiamoci dei rapporti di produzione



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È di un certo indubbio interesse l’ultima intervista a Rossana Rossanda curata da Tommaso Di Francesco per il manifesto e pubblicata il 5 scorso. Ne propongo qualche frase che reputo tra le più significative:

[…] la vecchia esclamazione di Brecht: «Compagni, ricordiamoci dei rapporti di produzione» si potrebbe e si dovrebbe realizzare ancora oggi. Ma dovremmo fare i conti con la liquidazione del marxismo avvenuta nell’ultimo mezzo secolo, e alla quale neanche il manifesto si è realmente opposto.

[…] per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario. E probabilmente questo esigerebbe anche un esame che non si è fatto sull’andamento dei cosiddetti «socialismi reali».

Si tratterebbe di fare quello che Stalin ha impedito, e cioè un bilancio serio del leninismo alla fine della vita di Lenin […]. Insomma, non è possibile risparmiarsi un lavoro molto ravvicinato, che in Italia non è stato fatto nell’ultimo mezzo secolo.

Già possiamo immaginarceli, non dico quelli del Pd (per carità, per carità, per carità ...), ma anche quelli di Liberi e uguali, per i quali ha votato Rossanda, quindi i Bersani, Grasso, D’Alema, la Boldrina, eccetera, mettersi di lena buona a studiare i “rapporti di produzione”, dunque a fare i conti con Lenin e Stalin.

È lo sviluppo reale del capitalismo che ha dato al riformismo un’espressione teoricamente senza scrupoli, è la dinamica delle contraddizioni reali, specialmente il contrasto fra la crescente ricchezza dei pochi e il crescente pauperismo delle classi medie, che condanna il riformismo alla sconfitta.

E dunque Rossana Rossanda ha ragione, ma ha scelto un pubblico sbagliato: i partiti di lotta e di governo, cioè di lotta per il potere e di governo dell’esistente (salutami a Lula).