mercoledì 7 dicembre 2016

Non tutto è stato errore e sconfitta


In questi ultimi giorni post referendari, dunque dopo la sonora sberla sortita delle urne, tutti i commentatori scoprono il disastro, la disperazione e la tensione sociale che serpeggia e pronta ad esplodere. Sono senza vergogna. Un disastro, peraltro, molto più grave ed esteso di quanto si ammetta e i prossimi mesi e anni lo confermeranno a volontà. Un disastro che chiama in causa l’insieme della classe dirigente italiana ed europea, poiché essa ha creduto che il capitalismo vittorioso non avesse più bisogno né del sostegno effettivo della gente comune né del senso di giustizia sociale.

E tuttavia, per fare il caso nostro, molti di questi disgraziati del Partito democratico pensano di avere il 40 per cento dell’elettorato dalla loro parte, e insistono ancora con i loro alambicchi per regalarci altre indigeribili alchimie, a cominciare dalla legge elettorale. Vivono in un’altra dimensione rispetto al resto del paese reale, e parlano solo a se stessi. Con loro la resa dei conti non è finita, su questo non c’è dubbio.

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La contesa per il Pacifico


Oggi ricorre il 75° anniversario del proditorio attacco giapponese alle basi militari americane nelle isole Hawaii (abitate per oltre un terzo dalla comunità giapponese). La vicenda è abbastanza nota nei suoi tratti generali e un po’ meno per alcuni aspetti particolari. La contesa tra Giappone e Usa aveva come oggetto l’egemonia nel Pacifico e nell’Estremo Oriente. Il presidente Roosevelt e il segretario di Stato, Cordell Hull, proposero perfino una cosiddetta Dottrina Monroe per l'Estremo Oriente. È comprensibile lo scetticismo degli imperialisti nipponici a fronte della proposta degli imperialisti americani.

Trattative tra le parti in causa furono intraprese nel 1941, dapprima attraverso intermediari terzi e poi tra ambasciatori. Nulla di più aleatorio e fallace. Nel 1940 il governo di Vichy aveva ceduto le sue basi nel Tonchino ai nipponici, i quali nell’estate dell’anno dopo s’impadronirono anche del sud dell'Indocina francese. Il 26 luglio 1941, gli Stati Uniti (e i suoi alleati, Gran Bretagna e governo olandese in esilio), per ritorsione decretarono l’embargo contro il Giappone, con il divieto di transito attraverso il canale di Panamá, il congelamento di tutti i beni giapponesi, ma soprattutto con l’embargo petrolifero e di altre materie prime. Chiaro come il sole che si trattava di una decisione che aveva lo stesso effetto di una dichiarazione di guerra.

martedì 6 dicembre 2016

Il suo definitivo fallimento



Il dibattito, prima e dopo voto referendario, è centrato sulla crisi della rappresentanza, segnatamente sulla crisi della cosiddetta sinistra. Crisi non solo italiana. E sugli effetti della crisi economica, con tutti i suoi cascami sociali. L’unica crisi non evocata per nome è quella del riformismo, figlia della crisi – non solo di ciclo, bensì generale e storica – del capitalismo.

Va da sé che tutti questi discorsi sulla crisi e intorno ad essa sono espressione dei rapporti sociali dominanti, rapporti materiali dominanti presi come idee. La crisi è così vasta, profonda e coinvolge le basi stesse su cui poggia il sistema nel suo complesso. Nessuna riforma, per quanto ampia e radicale, potrà disinnescare le contraddizioni del capitalismo.

Nella fase in cui il capitale ha occupato, piegandolo ai suoi bisogni, ogni interstizio della formazione sociale, vale a dire nella fase del suo dominio reale totale, il meccanismo della produzione dei sistemi ideologici dominanti si modifica alla radice.

Qui non c’è più alcuna coincidenza tra gli interessi della classe dominante e quelli delle classi subalterne. E perciò la classe dominante non ha più margini per travestire il suo interesse da “interesse universale”. È in questa chiave che va letta, anzitutto, la crisi delle forme di rappresentanza.


Pertanto, seguire il dibattito mediatico è tempo perso, poiché quella gentaglia non ha alcun interesse di venire a capo di nulla, perché ciò significherebbe porre in rilievo il ruolo che finora ha giocato e infine il suo definitivo fallimento.

lunedì 5 dicembre 2016

Abbiamo saputo rispondere NO



È stata sconfitta anzitutto l’arroganza e la tracotanza di un uomo che puntava ad un potere senza controllo e peraltro senza aver avuto un’investitura elettorale che non fosse la farsa delle cosiddette “primarie”. È stata sconfitta non l’idea di cambiare in meglio il paese, ma il progetto di cambiare le regole e la forma di governo con una revisione costituzionale e una legge elettorale approvati con una maggioranza parlamentare illegittima e a colpi di fiducia.

È stato sconfitto un blocco sociale di potere (padronato, finanza, ceti politici, media, ecc.) che ha ridotto l’Italia ad essere il paese dei vàucer, dove prevale il precariato, la disoccupazione giovanile, l’incertezza e l’angoscia per il futuro. È stato sconfitto un governo la cui unica riforma economica organica è stata l’abolizione delle residue tutele per i lavoratori e il regalo di decine di miliardi ai padroni.


Ciò che rattrista è che ci hanno costretto a votare allo stesso modo della destra e dei fascisti. E questo non glielo perdoneremo. Quanto verrà non sarà, per molti aspetti, migliore di ciò che è stato, e grande è il disordine sotto il cielo, ma se non altro, questa volta, abbiamo saputo rispondere NO.

domenica 4 dicembre 2016

Ogni giorno almeno una bugia





















Facce di bronzo



L'affluenza alle urne sarà alta (non vi sono ancora dei dati), credo sul 60 per cento ma anche oltre. Trarre pronostici da questo fatto è solo un giochino. Renzi spera di vincere con il voto dell'estero, e questo la dice lunga sulla pasta d'uomo. Restiamo in attesa che, in piena notte, le solite facce di bronzo ci raccontino quanto il voto referendario abbia confermato le loro previsioni ed esternino i loro timori o la propria soddisfazione.

Intanto, nemmeno questa mattina Eugenio Scalfari rinuncia a spacciare la sua droga, come se il suo giornale non avesse avvelenato abbastanza in questi mesi. Arriva all’insulto aperto e gratuito contro Gustavo Zagrebelsky (“siamo stati buoni amici”), accusandolo, tra l’altro, di un «Io» alquanto esuberante e di essere “in pessima compagnia”. Evidentemente non rammenta che la costituzione vigente fu approvata con quasi il 90 per cento dei voti (458 favorevoli e solo 62 contrari), e dunque in compagnia c'erano quasi tutti.


Questa robaccia spaccia anche stamani l’ex fascista, poi monarchico al referendum del 1946, poi craxiano e sempre visceralmente anticomunista. Sempre con un piede in due scarpe, nella vita pubblica come in quella privata (fu bigamo per decenni: “la dura fatica della bigamia”). Evidentemente conta che dopo il referendum, per i servigi resi, nel nuovo senato gli venga dato il laticlavio. Qualunque epiteto rivolto a quest’individuo rischia di essere modesto.

venerdì 2 dicembre 2016

No, non sarà sufficiente


Il voto del Sì è contro il No, ovvero contro questa Costituzione.

Se passerà la revisione costituzionale, puntando sul trash ideologico, ossia su quel materiale volatile che è la speranza sociale che fa credere ciò che non è reale, cambierà la forma di governo di questo paese. Tanto più perché la legge elettorale non sarà modificata nella sua sostanza, se non per favorire ancor più quel blocco sociale fondato principalmente sui grandi affari e le banche, sulla rendita e sui bassi salari (ricordiamoci che cambia il lavoro, cioè le forme nelle quali è estorto valore, ma non cambia il capitale che in tale estorsione ha la propria essenza).

Controllando la maggior parte delle regioni, il “partito della nazione”, espressione di quel blocco sociale, sarà padrone del Senato. Con i media schierati, come ora, dalla sua parte, quei media dediti alla rigorosissima e imparziale analisi di questioni insignificanti, potrà vincere le elezioni e avere la maggioranza assoluta alla Camera. Il desiderio di cambiare, complice mezzo secolo di palude politica, ci porterà ad una situazione istituzionale inedita e dagli esiti, nel tempo, imprevedibili.


Il nuovo parlamento così formato eleggerà il presidente della repubblica (che nomina 1/3 dei giudici della corte costituzionale, l’altro terzo non verrà più eletto in seduta comune, ma sarà scelto con votazioni separate, tre giudici dalla Camera e due dal Senato). Chi non vede il pericolo concreto di una svolta (definiamola poi come si vuole), significa che è cieco. A nostra volta, dire che abbiamo la coscienza a posto per il dovere compiuto, cioè per aver votato No, non sarà sufficiente.

giovedì 1 dicembre 2016

Il nuovo senato



Uno degli aspetti peculiari della revisione costituzionale riguarda il nuovo Senato. Come è scritto chiaro esso sarà non elettivo, il numero dei senatori assegnato alle regioni sarà in base alla popolazione. Stando alle stime la Lombardia avrebbe 14 senatori, la Campania 9, Piemonte, Veneto, Sicilia e Lazio 7, l’Emilia-Romagna e la Puglia 6, la Toscana 5,  Sardegna e Calabria 3, otto regioni solo 2 senatori ciascuna, cioè gli stessi seggi (2 senatori ciascuna) delle province di Trento e Bolzano (saranno contenti, in particolare, liguri e marchigiani), creando un blocco dominante di regioni popolose, affiancato da quelle autonome e privilegiate. Ci sarà da divertirsi, non v’è dubbio quando si tratterà degli “interessi nazionali” !