martedì 27 settembre 2016

Non importa


E il merito? Chiedono con ruffiano stupore le coscienze impollastrite e soddisfatte di sé. Come se il merito riguardante il presente e il futuro di questo paese c’entrasse qualcosa con l’architettura parlamentare. Dove vivono?

Non importa se ad accalappiarsi la vittoria il 4 dicembre saranno i vecchi o i nuovi notabili. Sarà da vedere se il popolo e il popolino ne hanno abbastanza, se un senso di malessere ha guastato effettivamente ogni rapporto di fiducia, dunque se dentro la gente si sta cominciando a produrre qualcosa di essenziale. Non essendo questi ceti sociali in grado di unire le loro forze politicamente, potranno farlo almeno nel comune scontento. Sarà pur sempre un primo passo.



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A quelli del Manifesto per ubriacarsi ormai basta solo l'aceto.

lunedì 26 settembre 2016

Contro la stupidità del cosmo



Che cos’è la stupidità e come difendersi dalle scemenze della vita quotidiana? Piergiorgio Odifreddi per spiegarlo ha scritto addirittura un Dizionario della stupidità di ben 378 pagine. Secondo Odifreddi “Il novanta per cento delle persone è stupido”. Una percentuale molto alta come fonte di “stupidaggini quotidiane”, ma al momento non conosco i criteri statistici addottati dal noto matematico e divulgatore scientifico.

Lo stesso Odifreddi, pur non credendo alle scie chimiche e cose del genere, tuttavia nell’intervista all’Huffington Post afferma convinto: “Certo che si può vivere in un mondo senza banche. Per metà del secolo scorso, l'Unione Sovietica ne ha fatto a meno”. Poi la butta sul classico, anzi, sul medioevale: “Nel Medio Evo, era considerato usuraio chiunque prestasse denaro, a qualsiasi tasso. Oggi il fastidio per i banchieri è tornato a essere forte”.

domenica 25 settembre 2016

... nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!



Esiste una moneta comune, quella che ti fa dire con nonchalance: un miliardo. Se il governo dicesse, per ogni miliardo sciorinato, duemila miliardi (di lire), la percezione, almeno quella, sarebbe diversa. E ben diversa sarebbe, da oltre un decennio, la percezione della spesa quando per un chilo di pane ti chiedessero oltre diecimila lire (ma quanto potrà mai costare un chilo di farina?). E quale sarebbe la percezione se le nostre spese militari giornaliere fossero espresse in 92.940.960.000 con un debito pubblico che sfiora i 5.000.000.000.000.000?

Chi ha firmato e approvato per entrare nell’euro a queste condizioni ­– tanto più sapendo che non sarebbe stato possibile e in nessun caso praticabile l’uscita senza un bagno di sangue – dovrebbe oggi percepire una pensione corrispondente a non più di 2.000.000 di lire il mese, anziché di 40.000.000, tanto per fargli comprendere tangibilmente e con stile la differenza di cambio.

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venerdì 23 settembre 2016

La disuguaglianza dev’essere ragionevole



Uno degli errori più comuni quando si misurano le disuguaglianze sociali è quello di prendere a riferimento i più ricchi. Come se il padrone di un’azienda con 100 operai – ossia lo sfruttatore del lavoro di 100 operai, ma anche solo di 20 – possa trovarsi nella stessa situazione di qualsiasi dei suoi 100 operai. Quel padrone non fa parte di quell’uno per cento di cui parlava Joseph Stiglitz, ma del famoso 99 per cento che non può vantare decine di milioni o miliardi.

Premi Nobel e ideologia servono proprio a questo: confondere le cose. In questo modo si riesce a trasformare il padrone e l’operaio, la moglie del padrone e la sua cameriera, il direttore del Sole 24ore e lo scribacchino di redazione, il proprietario fondiario e il raccoglitore di pomodoro, come parte di un tutt’uno, di quel 99 per cento.


giovedì 22 settembre 2016

Elemento identitario comune (con aggiornamento)


È bizzarro come, all’improvviso, inaspettatamente, qualcosa che sembrava impossibile e nessuno vedeva evidente si è rivelato come per magia. La Camera, in attesa della ratifica del Senato, ha proclamato “ufficialmente il vino come patrimonio ambientale, culturale e paesaggistico del Paese”. Il presidente di Federvini, inebriato più del solito, ha dichiarato che “si è capita finalmente e all'unanimità l'importanza del vino come elemento identitario del Paese”. Dal canto suo, il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, inzuppando un cantuccio in un flûte di prosecco, ha intonato: “Con questo provvedimento rendiamo il vino italiano sempre più forte”.

Tra le novità inserite nel provvedimento è prevista una disposizione sulla salvaguardia e il recupero dei vigneti specialmente nelle aree soggette a rischio di dissesto idrogeologico o di particolare pregio paesaggistico. Dunque, innanzitutto salviamo i vigneti, al resto provvederemo in caso di bisogno con un sms di due euro a cranio. Inoltre è istituito dal Mipaaf, cioè dal ministero, uno schedario viticolo contenente informazioni aggiornate sul potenziale produttivo nel quale dovrà essere iscritta “ogni unità vitata idonea alla produzione di uva da vino”. Pertanto, se avete un filarino d’uva dietro casa non pensiate di farvi una damigianetta di Malbec o Syrah clandestino.

Pertanto non è vero che questo governo non ha fatto nulla. Oltre ai famigerati 80 euro, sui quali è campato Renzi finora, finalmente questo paese ha un elemento identitario comune: l’alcol.

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Dire che un determinato prodotto alimentare rappresenti l’elemento identitario di un Paese, mi sembra una forzatura. Il fondamentale elemento identitario di un paese, quello cioè che maggiormente sottolinea il senso di appartenenza, è la lingua (compresi i cosiddetti dialetti) e dunque la cultura. In questa trovano posto moltissimi elementi, com’è ovvio, e indubbiamente anche l’alimentazione e le tradizioni gastronomiche, che possono assumere anche una connotazione forte, ma per nulla tale da costituire di per sé un elemento identitario del paese. Potremmo mai sostenere che, tanto per esemplificare, la birra rappresenta l’elemento identitario dei paesi germanici, il riso quello degli asiatici, il whisky quello della Scozia, e dunque il vino quello dell’Italia? In quest’ultimo caso i tedeschi hanno sempre avuto un altro stereotipo a riguardo degli italiani. Da notare poi, che le maggiori estensioni di vigneti sono in Spagna (1,021 milioni di ettari), in Cina (0,82 milioni di ettari, con una crescita di 34.000 ettari nel 2015), e in Francia (0,78 milioni di ettari). L’Italia, nel 2010, registrava 0,67 milioni di ettari, e in prospettiva storica, cioè dal 1982, perdeva il 45% del suo vigneto. Il calo non si è arrestato, come conferma la tabella qui sotto. Come l’Italia riesca a risultare il primo produttore di vino al mondo è un altro paio di maniche.

Integrati



Guardate questa foto: l'unto regna sovrano già nell'ingresso. Immaginiamo la cucina, la toilette e il resto di questa trattoria. Questa è Roma, e c'è anche di peggio. Il sindaco Raggi aveva in questo caso un dovere preciso: chiamare i vigili per un controllo e far chiudere il locale. Invece a Roma non cambierà nulla o molto poco, sono perfettamente integrati nell'ambiente in cui vivono.

mercoledì 21 settembre 2016

Sua madre ...



In Italia s’innova poco, e scarsi sono gli investimenti. Eppure, in piena rovina neoliberale, abbiamo sottomano un’ottima opportunità per mettere in sintonia i nostri bisogni – non importa si tratti di beni essenziali o di ossessioni edonistiche – con le altrimenti modeste possibilità economiche. Non mi riferisco a trovate della spumeggiante fantasia di politicanti poi reclamizzate da devoti opinionisti, ma a qualcosa di assolutamente concreto: una materia prima da trasformare addirittura in oggetti preziosissimi da vendere eventualmente sul mercato, oppure da dare in pegno a Bruxelles in cambio di un po’ di spesa pubblica aggiuntiva. Che cosa si tratti di valorizzare opportunamente è presto detto. Se è in picchiata la natalità è invece in aumento la mortalità. In attesa dell’Istat, fidiamoci dei bollettini parrocchiali. Non ci mancano dunque i cadaveri da trasformare in diamanti. Non ci credete? Scrive l’autorevole quotidiano torinese La Stampa:

«I giapponesi fanno la fila. E così i tedeschi, gli austriaci, gli svizzeri. Popoli diversi per latitudine, cultura e religione, accomunati dalla pratica di cremare i defunti. Quando gli si propone di fare un passo più in là, e di portare alle estreme conseguenze il processo di cremazione, trasformando le ceneri del caro estinto in un diamante - cosa che da una decina di anni è possibile in uno stabilimento in Svizzera - non si tirano indietro scandalizzati. […] Se nel mondo si procede al ritmo di 800-900 diamanti umani all’anno, in Italia a malapena c’è una decina di casi. E la società Algordanza non nasconde la delusione. «Siamo lontani dalle attese», riconosce l’amministratore delegato della consociata italiana, Walter Mendizza.»

Prosegue l’intraprendente Mendizza:


«Per noi, la cosa peggiore è l’abbandono dei defunti. Intendo i nostri cimiteri, luoghi senza alcuna grazia, inadatti ad accogliere i nostri cari. Peggio ancora per la dispersione delle ceneri in aria. Capisco l’aspetto romantico, ma siamo agli antipodi. Il defunto deve essere sempre con noi, in un diamante che portiamo al collo o al dito». E mentre parla, indica un diamante che porta al collo: “È mia madre”.»