venerdì 26 agosto 2016

Non reggerà ancora a lungo


Gli ultimi dati dell’Inps confermano che il Jobs act è stato essenzialmente un massiccio trasferimento di denaro pubblico nelle tasche dei padroni. Aumenta ancora il ricorso ai voucher (+40%). I padroni stanno recuperando alla grande, con evasione fiscale e contributiva, le perdite subite con la crisi, che fanno pagare ai lavoratori. Ciò non è dovuto all’insipienza di questo governo, come taluni credono, ma al suo pieno successo. Padroni e governo sanno bene che in piedi resteranno le attività che hanno saputo o potuto compiere le necessarie ristrutturazioni, a scapito di quelle che non sono state in grado di rimodularsi, sul piano produttivo e commerciale, al nuovo quadro internazionale.

Gli elementi di crisi vengono individuati, sia pure nel quadro ideologico borghese, in modo preciso. Anche sul piano politico, perciò la riforma costituzionale che elimina le ultime illusioni della democrazia parlamentare. Tuttavia la crisi economica è un dato strutturale e irreversibile. Alla fine del tunnel non si presenta alcuna reale possibilità di ripresa. Ogni politica economica ha dunque come asse centrale l’attacco frontale e generalizzato delle classi lavoratrici, alle loro condizioni di vita e di lavoro. Non certo alla loro autonomia politica che non è mai esistita in questo paese né in altri. E però i nodi economici e sociali lasciati irrisolti portano alla resa dei conti, inevitabilmente. Il tappo non reggerà ancora a lungo, complice la tempesta finanziaria che si sta avvicinando.



giovedì 25 agosto 2016

Imperium sine fine


Credo non molti sappiano che l’aquila imperiale napoleonica, come appare per esempio in un grande dipinto del David conservato a Versailles, Il giuramento dell’esercito dopo la distribuzione delle aquile (1810), ha per matrice un’aquila imperiale di epoca augustea, in marmo italico, probabilmente realizzata da maestranze romane. L’artista udinese Leopoldo Zuccolo la riprodusse su un cartone traendola da quella conservata nell’ex museo Moschettini di Aquileia. L’originale, a matita, poi inciso da Francesco Bellomo, già al Kunsthistorisches museum di Vienna, si conserva attualmente presso la Biblioteca civica udinese.

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Aquileia, municipio della X regione augustea (Venetia ed Histria), fu in epoca imperiale il principale porto e centro commerciale dell’Adriatico, vi si giungeva da Classe (porto militare di Ravenna) percorrendo la via Popilia-Annia, oppure incrociando la Postumia, arteria che tutt’ora conduce ad Oderzo, città antichissima, che fu Opitergium.

Aquileia fu città opulenta e orgogliosa, caposaldo del sistema di difesa imperiale, subì le vicende di quell’epoca d’angoscia che per molti versi si offre come sfondo secolare dei problemi attuali. In rapporto alla popolazione dell’epoca, l’epidemia di vaiolo della seconda metà del III secolo non fu in Europa e nell’impero meno devastante delle recenti guerre mondiali. Alla quale però non seguì alcun Piano Marshall, tutt’altro. Pare che a Roma di “peste antonina” morissero fino a 5.000 al dì. Fu portata entro i confini dell’impero dai reduci di una campagna contro i Parti (oggi importiamo altre “epidemie”).


martedì 23 agosto 2016

Un motivo che viene prima di tutti gli altri


Viviamo, e non importa se nostro malgrado, in un paese dove l’onestà è tema sinodale, dove i gioiellieri dichiarano al fisco un imponibile medio di 14mila euro annui, dove l’imposta di successione e quella sulle donazioni sono le più basse della UE e tra le più blande dell’emisfero Nord, dove le società trasferiscono coraggiosamente la propria sede fiscale nei paradisi autorizzati dalla UE.

Siamo un paese dove non c’è architetto, geometra o assessore, disposto a spostarsi dalla parte dell’intelligenza e del gusto. Dove chi riceve uno stipendio alla pari o più che doppio rispetto a Obama, non può, psicologicamente e oggettivamente, sentirsi umano. Un paese dove il diritto è ad assetto variabile, dove dominano i clan, e l’egoismo e la mediocrità sono autorizzati a far gravi danni.

Dunque, se in un paese del genere accadono abitualmente queste e molte altre cose, ancor più gravi, e se ancora in un paese così si rimpiangono – non sempre immotivatamente – quei lazzaroni dei papi e quei pezzi di merda dei borboni e degli asburgo, un motivo ci sarà.

Un motivo che viene prima di tutti gli altri possibili o anche solo immaginabili. E non può essere altro che questo: a tanta, troppa gente viene comodo per un modo o per l’altro questo stato di cose. Le geremiadi, le intemerate, gli infusi di cordoglio, le grida di allarme, le doglianze spicciole o a pacchi, i moniti, i richiami alla realtà, diventano solo fuffa (nel mazzo mi ci metto pure io, chiaro).



Un nome e un cognome






lunedì 22 agosto 2016

C’è chi rema e chi si gode la vita

  
Dichiarava ieri in un’intervista al suo giornale il padrone Carlo De Benedetti che siamo «alla vigilia di una nuova grave crisi stile 2008 o peggio».

Altro che stagnazione. Crisi storica-generale del modo di produzione capitalistico, crisi della forma valore proprio nel momento in cui tale forma trionfa in ogni poro della società. Sembrerà un paradosso solo alle mentalità a-dialettiche.

Ogni aspetto della realtà si presenta in modo contraddittorio. Spetta a noi comprenderne il movimento, conoscere le sue leggi e adoperarle nel modo più opportuno. Questa semplice nozione è spesso trascurata per assecondare particolari interessi di classe che prendono forma di motivazioni ideologiche.

Infatti, se pure siamo arrivati a scoprire la legge economica del movimento della società moderna – grazie a Marx –, gli organismi politici ed economici della nostra società agiscono, non solo ignorando tale dinamica, ma in senso ad essa contrario.

Prendiamo un esempio concreto di questo modo d’agire. La produttività del lavoro è aumentata enormemente, specie nell’ultimo mezzo secolo. E tuttavia la giornata lavorativa normale non ha mutato la sua durata. Ciò non può non avere – di là di altri effetti – conseguenze sul piano dell’occupazione. E tuttavia i governi si propongono di ridurre la disoccupazione mantenendo inalterata la giornata lavorativa attuale.

Sul piano della razionalità dell’impiego delle risorse umane ciò è assurdo, e tuttavia si adduce la necessità di essere ancora più produttivi e di far fronte alla concorrenza. Il che non fa una piega dal punto di vista degli interessi del singolo capitalista, il cui scopo precipuo non è quello di produrre beni e servizi, bensì quello di valorizzare il proprio capitale sfruttando il lavoro dell’operaio.

Sul piano dell’insieme sociale, invece, tale posizione non si discosta da quella che in antico giustificava l’istituto della schiavitù ponendo l’individuo, inteso come vettore neutro, in relazione meramente strumentale con le necessità dei suoi padroni.


Ed è perciò del tutto chiaro l’intento dei padroni e dei loro ideologi di ogni risma di comporre un quadro della società dove stiamo tutti nella stessa barca diretti verso l’isola del tesoro. Ma c’è chi rema e chi prende il sole.

sabato 20 agosto 2016

Magari ci ripenso e ricomincio


Oggi su Repubblica c’è un’intervista al regista Oliver Stone che parla del suo ultimo film e degli Stati Uniti, uno dei paesi meno democratici al mondo. E a proposito di America c’è anche un lugo articolo di Marco Belpoliti sul tabacco, la sua storia e la sua sociologia. Naturalmente si parte da Cristoforo Colombo, il quale, com’è noto, fu lo scopritore del nuovo continente, forse a sua insaputa. E invece non scoperse proprio un bel nulla, non perché vi furono degli approdi in epoche precedenti, ma perché quel continente e i suoi abitanti esistevano già ben prima di Colombo. Cosa diremmo noi se nel XV secolo in Europa fossero approdati degli amerindi prima del viaggio colombiano? Che l'Europa è stata scoperta da un certo Tȟatȟaŋka Iyotȟaŋka? Ad ogni modo, Belpoliti sostiene che Marx fumasse non la pipa bensì il sigaro. Non è così, Marx fumava in entrambe i modi, come risulta da un rapporto di una spia della polizia tedesca che visitò l’abitazione dei coniugi Marx e sui tavoli vide numerose pipe. Fumò molto ed ebbe seri problemi bronchiali, forse fatali.

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venerdì 19 agosto 2016

Il rattopardo


Apprendo, via Malvino, dell’ennesimo tentativo di derattizzazione di Palazzo Chigi. A tal uopo è seguita la solita slavina di commenti sarcastici, dai monti alle spiagge. E invece si tratta di una faccenda maledettamente seria, tanto che a seguirla dappresso è stato allertato il Copasir. Se ne occuperà, al rientro dalle ferie, anche l’Attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, famoso per tendere le sue trappole.

I topi di Palazzo Chigi rappresentano il vertice di un’articolata e vasta organizzazione di roditori la cui rete è estesa in tutta Italia e il cui capo pro tempore è Zoccolone Staisereno, un’imitazione di statista, roba da far sognare gli psicoanalisti di varia osservanza. Al suo fianco si segnala per impegno la nota Pantegana Ridens, stretti legami con esponenti di un noto salumificio ora dichiarato fallito.

Ma come riesce la colonia di topi chigiani ad opporsi tenacemente alla derattizzazione? Fondamentalmente in tre modi: col monopolio delle balle che al gregge piace sempre farsi raccontare, ossia dando da intendere che vuole trasformare la società e l’epoca; appiattendosi alla dimensione adattativa sui problemi reali; dunque proprio per questo trovando forte e imprescindibile sponda in due altri cospicui roditori, già adepti della banda Caimano. Uno, true detective, signoreggia al Viminale. Il suo nome in codice è mutuato dal titolo di un romanzo dostoevskiano. L’altro, detto il Sorcio Verde, da semplice topo di macelleria ha assunto man mano il ruolo di rattus ex machina, pronto al bisogno a salvare la formaggiera.

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Appena respinto all’ingresso di una festa dell’Unità, un noto esponente piddino la cui carriera di battutista è stata irrimediabilmente offesa, intervistato da un’emittente di Rieti sul tema derattizzazione, ha esclamato con raro sentimento di autocritica: “Credevamo di aver fatto amicizia con quello che sembrava solo un muride che sguazzava nell’Arno, invece era un rattopardo che ci ha ingoiato”.